LABORATORIO TRADUZIONE


Il laboratorio di traduzione di poesia di Monteverdelegge dedica il suo quarto anno di attività alla poetessa anglo-indiana Sujata Bhatt, autrice di otto raccolte di poesia, impegnata anche nella traduzione (la cura di un’antologia di poetesse contemporanee indiane in inglese) e nella realizzazione di progetti educativi innovativi.

Sujata Bhatt

Nata nel 1956 ad Ahmedabad, antica capitale del Gujarat e cresciuta nella città di Pune, sull’altipiano del Deccan, si è trasferita nel 1968 a New Orleans con la famiglia. Da molti anni vive in Germania, a Brema, insieme al marito, lo scrittore Michael Augustin e alla figlia.
La nostra scelta di testi è tratta dalla sua ultima raccolta poetica: Poppies in Translation, Carcanet, 2015. Prevalgono il tema della memoria linguistica e familiare, e quello della difficoltà di conciliare le diverse stratificazioni della propria esperienza. Le varie opzioni linguistiche: l’indiano Gujarati, l’inglese (nella variante statunitense di New Orleans, poi ricondizionata in inglese britannico dalle suore della scuola frequentata) e il tedesco assediano la poetica di Bhatt, che in un’intervista dichiara di considerarsi “un’indiana che vive fuori dall’India”. Benché l’inglese sia la lingua scelta per la scrittura e abbia dunque prevalso sulla lingua materna, questa rispunta nel sogno, a marcare un rapporto profondo e incancellabile. Nei suoi testi ricorrono anche riferimenti alla natura e all’arte. Nel 2000 Sujata Bhatt è stata ospite di Romapoesia. Nel 2005 è uscito per Donzelli Il colore della solitudine, a cura di Paola Splendore, con una scelta di testi dalle prime cinque raccolte (Fiorenza Mormile).






* * * * *
Su Eleanor Wilner il laboratorio di traduzione di poesia 2014-2015

Il laboratorio di traduzione di poesia, giunto al suo terzo anno di attività, si incentra su una scelta di testi della poetessa americana Eleanor Wilner. Come di consueto, il laboratorio è gratuito e aperto a tutte/i gli iscritti all'associazione, anche se è preferibile avere una buona padronanza della lingua inglese. Chi desidera partecipare è  invitato a mandare un'email a monteverdelegge@gmail.com


Ritratto di Eleanor Wilner (a cura di Fiorenza Mormile)

Eleanor Rand Wilner è nata in Ohio nel 1937, e vive a Philadelphia. Poetessa, traduttrice, saggista e docente universitaria nelle sue sette raccolte di poesia fonde politica, cultura, storia e mito in una sintesi originale, in costante equilibrio tra le ragioni della mente e del cuore. Schierata da sempre su posizioni pacifiste e a difesa dei diritti dei più deboli rifugge dal taglio personalistico della scrittura della sua generazione, adottando una visione più culturale e collettiva della memoria. Spaziando dal mito classico alla Bibbia, dalle fiabe all’arte, dal diluvio universale alle guerre contemporanee, Wilner individua nuove prospettive, ribalta luoghi comuni, dà voce e dignità a chi non ha avuto la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, privilegiando sempre i sommersi ai salvati. Alicia Ostriker ne loda l’ampiezza visionaria e l’intelligenza rivoluzionaria, Christian Wiman sottolinea come sia raro trovare un poeta in cui l’intelligenza morale si abbini a un così acuto senso estetico, e la perizia  tecnica sia tanto adeguata all’altezza e alla complessità delle tematiche.

BIBLIOGRAFIA

Poesia

- Maya, University of Massachusetts Press (Amherst, MA), 1979.
- Shekhinah, University of Chicago Press (Chicago, IL), 1984.
- Sarah's Choice, University of Chicago Press, 1989.
- Otherwise, University of Chicago Press (Chicago, IL), 1993.
- Reversing the Spell: New and Selected Poems, Copper Canyon Press (Port Townsend, WA), 1998.
- Precessional (limited edition), lithografie di Enid Mark, ELM Press (Wallingford, PA), 1998.
- The Girl with Bees in Her Hair, Copper Canyon Press (Port Townsend, WA), 2004).
- Tourist in Hell, University of Chicago Press (Chicago, IL), 2010.

Miscellanea

- Gathering the Winds: Visionary Imagination and Radical Transformation of Self and Society, Johns Hopkins University Press (Baltimore, MD), 1975.
- Ha inoltre tradotto Medea (con Inés Azar): Euripides 1: Medea, Hecuba, Andromache, The Bacchae, edito da David Slavitt e Palmer Bovie, University of Pennsylvania Press, 1997.
- Ha composto il libretto per l’ oratorio Orpheus on Sappho's Shore, musica di Luna Pearl Woolf.
Presente in numerose antologie: Best Poems of 1976: Borestone Mountain Poetry Awards, Pacific Books, 1977; The Best American Poetry, 1990 Scribners and Macmillan/Collier, 1990; The Norton Anthology of Poetry, quarta edizione, W. W. Norton, 1996.
- Pubblica anche poesie, saggi critici e recensioni sui giornali letterari.                                                                                                                                                              
Nostre traduzioni
(I testi, tratti da Tourist in Hell, The University of Chicago Press, 2010
sono qui riprodotti per gentile concessione dell’Autrice)


LA RAGAZZA DI VERMEER. UNA RESTITUZIONE


Un'intensità erotica che esige in cambio qualcosa di altrettanto reale e umano. Benché il rapporto sia solo con un'immagine, esso coinvolge tuttavia tutto quanto l'arte dovrebbe tenere sotto controllo. – Edward A. Snow, A Study of Vermeer, 1979

Per un attimo, la vedo, prima che il suo volto diventasse un cliché,
dove era appesa, sulla parete accanto alla porta d’ingresso,
ai piedi della scala, nella piccola casa
della nostra infanzia,  sospesa su di noi, una presenza
costante, silenziosa, accanto alla porta stile
olandese, di cui d’estate spalancavamo la parte alta.

Hanno sporcato La ragazza con l’orecchino di perla,
sottoposta al loro sguardo impudico, romanzata,
erotizzata, ridotta a pettegolezzi e insinuazioni,
raccontata come serva, spina nel fianco
di una moglie, oggetto di desiderio, figlia della miseria, muta
per timore e diffidenza sociale, quasi potesse conoscere
l’opinione dei posteri sul pittore– tutto ciò
da un bagliore misterioso e un’espressione indecifrabile,
l’illusione di essere visti dal suo sguardo, un luccichio
di perla, pennellate di lapislazzuli, frantumati a intensificare 
l’azzurro.
                                       Sovraesposta, anche al cinema,
dove l’hanno seguita fino alla buia stamberga
della sua famiglia, fino alle pietre bagnate del mercato dove
incontrò il figlio del macellaio, sposato poi
per la carne–dio mio, non potevano lasciarla
in pace, nella regione occulta dell’arte dove lei è,
così splendidamente, nessuno–né serva, né amante,
né la figlia Maria, ma anonima,
segreta, che nessuno può nominare, puro mistero
dell’essere, restituita nel tempo
dall’arte, che non tiene nulla  sotto controllo.

VERMEER'S GIRL, A RESTORATION

An erotic intensity that demands something just as real and human in return. The relationship may be only with an image, yet it involves all that art is supposed to keep at bay. -Edward A. Snow, A Study of Vermeer, 1979

For an instant, I see her, before her face was cliché,
where she hung, on the wall by the front door,
at the foot of the staircase, in the little house
of our childhood, and floated above us, a presence,
always there, silent, by the Dutch-style
door, whose top we swung open in summer.

They have sullied The GirI with the Pearl Earring,
subjected her to their prurient gaze–novelized,
eroticized, reduced her to gossip and innuendo,
backstoried her as servant, thorn in the side
of a wife, object of desire, poverty's child, mute
with class diffidence and awe, as if she could be
aware of posterity's view of the painter–all  this
from a mysterious glow and unreadable expression,
the illusion of being seen by her gaze, a shimmer
of pearl, brush strokes of lapis lazuli, crushed
to intensify blue.
                                    Overexposed, even in film,
where they followed her to her family's dark
hovel, to the wet stones of the market where
she met the butcher’ s son she would marry
for meat–my god, couldn' t they leave her
alone, in the nether region of art where she is,
so beautifully, no one– not servant, or mistress,
or his daughter Maria, but anonymous,
secret, what no one can name, pure mystery
of being, restored across time

by art, which keeps nothing at bay.

I FIORI PIÙ PALLIDI/CENERE, NEVE.
Constance Merrit, "Partial Rose"

Inverno nelle parole, fiocchi di neve
gli unici fiori, abbondanza di
freddo perfetto che tiene calda
la terra. Sepolto là, niente
tomba,  solo l’orso in letargo,
enorme nella  tana, che lentamente consuma
il banchetto estivo nella silenziosa  notte invernale,
battito rallentato, cervello
intorpidito, la vita il debole ronzio
del sistema messo al minimo,
a basso consumo, dolce dormire,
anche se, ogni tanto, una luce
balugina sul fiume
sonnolento di un sogno, dove
salmoni lucenti  nuotano sempre
controcorrente…
                              la grande mole
di pelliccia orso si scuote
al salto del pesce, la zampa si tende
 in un lampo di artigli, si chiude
sul muscolo che si dimena;
in sogno, va bene tutto: il salto,
la presa,  lo scontro ineluttabile
degli appetiti– uno per il torrente
di casa, l’altro per la carne contro l’inverno


mentre fuori , la neve cade lieve
sempre più fitta, custodendo
la creatura che dorme
raccolta come una mano
nel caldo guantone
della terra, ignara del
freddo mondo di sopra:
schiene curve, imprecazioni,
raschiare di pale–
quella  leggerezza,
il suo terribile peso.

THE PALEST FLOWERS/ASH, SNOW
Constance Merrit, "Partial Rose"

Winter in the words, flakes of snow
the only flowers, abundance of
perfected cold that keeps the ground
so warm. Buried there, no
grave, but the hibernating bear,
huge in his den, slowly using summer’s
feast in the silent night of winter,
pulse idling, brain grown
somnolent, his life the slow hum
of the system turned down low,
fuel efficient, sweet sleep,
though, now and then, a light
glimmers on the drowsing
river of a dream, where
the bright salmon forever swim
upstream ...
                  the great fur
mound of the bear stirs
as the fish leaps, the paw's out
in a flash of claws, closes
on the flailing muscle;
in dream, it is all good: the leap,
the catch, the helpless clash
of appetites–one for the home
stream, one for flesh against winter–


while outside, the snow softly falls
thicker and thicker, holding
the creature who sleeps
curled like a hand
in the warm mitten
of earth, unaware of
the cold world above:
backs bending, curses,
the scraping of shovels–
that softness,
its terrible weight.

ANCHE A QUESTA DISTANZA, GLI ALBERI

Anche a questa distanza gli alberi
non hanno perso del tutto il loro splendore di sogno,
un luccichio che quieto oscura il bosco vivo, 
emanazioni delle foreste  della mente – 
  
nella memoria confusa, sveglia e in cammino 
per le strade autunnali- il ricordo improvviso 
di quei tronchi: così alti, i rami più elevati
persi nella luce accecante: la corteccia
di ognuno segnata e spaccata, come se l'albero
si fosse aperto, per tutta la lunghezza, un invito
agli appetiti dell'aria, 
                                       perché a cavallo di ogni
tronco, i picchi ne percorrevano la parete,
becchettando su e giù– 
   
              ma, inspiegabilmente, 
i boschi che dovevano riecheggiare
del suono  martellante di becchi predatòri,
erano fermi, un silenzio che penetrava
come quei becchi, ma di un tipo diverso,
benevolo, come se la scena fosse incantata: 
niente di predatorio, e nemmeno un’ombra  di danno.

Gli uccelli erano bellissimi nel loro 
tremolare: bianchi e neri, stroboscopici mentre si muovevano
nella luce filtrata che si riversa attraverso
gruppi d’alberi - con a tratti
uno schizzo di rosso lungo la gola o 
sulla testa del picchio. Osservavo e aspettavo
che la scena si facesse
più chiara, qualcosa che potesse essere nominato,
qualcosa che l'io al risveglio
potesse portar via – un segno: una piuma
rimasta sul pavimento della camera da letto, 
una traccia di 
resina sulla guancia, fango attaccato
alla suola delle scarpe...
Quello che rimane non ha bisogno
di talismani: i tronchi d’argento, fessurati,
gli uccelli in movimento su e giù – 
il sogno una scala di Giacobbe.

TREES, EVEN AT THIS DISTANCE

Trees, even at this distance
have not quite lost their dreamlike sheen,
a glimmer that quietly outshines the living wood,
emanations from the forests of the mind--

in the half-recall, awake and walking
the fall streets- the sudden memory
of those trunks: so tall, the highest branches 
were lost in the blinding light: the bark
of each one seamed and split, as if the tree
had opened, all along its length, an invitation
to the hungers of the air,
                                            for astride each
trunk, woodpeckers walked its wall,
racheting up and down– 


                                           but, inexplicably,
the woods which should be resonant
with the percussive sound of hunting beaks,
were still, a silence penetrating
as those beaks, but different in kind,
benign, as if the scene were charmed:
no predation, and not the slightest hint of harm.

The birds were beautiful in the flicker
way: black and white, strobed as they moved
in the filtered light that pours through
groves of trees--with now and then
a splash of red along the throat or
on the flicker's head. I watched and
waited for the scene to make itself
more clear, something that might be named,
something for the waking self 
to take away--some sign: a feather
left on the bedroom floor, a smear of 
tree sap on the cheek, mud clinging to
the soles of shoes...
                                    What lingers needs
no talisman: the silver, fissured trunks,
the moving birds going up and down--
the dream a Jacob's ladder.

PIÙ GRANDE PER CHI RESTA

Più grande per chi resta
Dopo il flagello,  l’anno
in cui morirono i pini
e l’aria un tempo verde divenne grigia
di segatura  dai denti
d’acciaio che abbattevano gli alberi 
morti- quell’anno l’esodo
iniziò. Per settimane la partenza
intasò le strade; se ne andavano a frotte,
incapaci di sopportare oltre la nudità
e l’assenza d’ombra- il modo in cui il sole 
picchiava sulla piastra di ferro
del terreno; il modo in cui il vento,
senza più pini da suonare, si era 
ammutolito, muovendosi per la terra
vuota, come una mano su un’arpa senza corde.

Ma per quelli di noi che restarono, l’assenza
degli alberi  diventò più grande, e con essa,   
il cielo, che cominciò la sua vasta ritirata
nel passato, distante anni luce. Come la materia
oscura dell’universo che non si può vedere
nè conoscere se non dagli effetti,
l’assenza dei pini
cambiò la forma delle cose,
e come le stelle lontane, le galassie,
la cui velocità sfida la legge di gravità,  
e inspiegabilmente   aumenta via via che scompaiono
alla vista, i boschi vuoti cominciarono a crescere
come da un’oscura energia, sfidando perfino  
le leggi dell’attrito nell’aria del posto:
 l’altalena che smetti di spingere rallenta.

Camminiamo nelle ombre oscure della mente, ora,
nel verde sfocato dei pini scomparsi,
e il vento suona di nuovo tra i rami
perduti, da cui pendono i nidi caduti,  
e gli uccelli non nati – dio, come cantavano. 

LARGER TO THOSE WHO STAY 

Larger to those who stay
After the blight, the year 
when the pines had succumbed 
and the once-green air grew gray 
with sawdust from the teeth 
of steel that gnawed the dead trees 
down - that year the exodus 
began. For weeks departure 
clogged the roads; they left in droves, 
unable to bear for long the bareness 
and the lack of shade-the way the sun 
beat down on the iron griddle 
of the ground; the way the wind, 
without the pines to play, had grown 
silent, moving across the empty 
land, like a hand on an unstrung harp. 

But for those of us who stayed, the absence 
of the trees grew larger, and with it, 
the sky, which began its vast retreat 
into the past, light years away. Like the dark 
matter of the universe that can't be seen 
or known except by its effects, 
the absence of the pines 
changed the shape of things, 
and like the distant stars, the galaxies, 
whose speed defies the laws of gravity, 
and inexplicably increases as they disappear 
from view, the empty groves began to grow 
from some dark energy, defying even 
the laws of friction in the local air: 
the swing you stop pushing slows down. 

We walk in the mind's dark shades now, 
in the green blur of the missing pines,
and the wind plays again in the lost 
branches, where the fallen nests hang, 

and the unborn birds–my god, how they sang.

DI UNA PAROLA

Di una parola
L’inglese chiede: Che significa?
L’italiano chiede: Che vuol dire?

Io chiedo alla maniera italiana, che dà alle parole il desiderio,
come vuol essere detta materia grigia. Si solleva
dal dormiveglia, si fa strada verso l’acqua, riempie la proboscide,
poi la fa oscillare, tracciando con l’acqua un ampio arco, in cui
viene catturata la luce del sole. Intanto, nella lezione di poesia,
l’insegnante chiede dell’immagine: “Che vuol dire?”
e l’elefante, che ora è  di una stazza
che vuole uscire dall’ambito della riduzione,
si avvia su per il ripido sentiero
della montagna dove il cielo invade le vette,
dove si avvolge in nuvola, il tipo di oscurità
cui un elefante accorto è incline ad abbandonarsi
quando braccato fino alla tana.
                                                                   E là,
sul pendìo, dove le nuvole vanno alla deriva
dentro e fuori dai massi, molto al di sopra della linea degli alberi,
una parola grande, elegia, con un’ampiezza d’ala di tre metri,
vuol essere detta come un condor, uno  salvato
dall’estinzione e da poco restituito alla natura.
Si assesta su un  dirupo accanto alla nuvola
grigia che interpreta come un elefante,
per quanto oscura appaia. Il condor,
che è una specie di avvoltoio, ha la pelle grinzosa rosa sporco, e
l’occhio freddo, ma è sensibile e molto cordiale e ha piacere
di condividere con  l’elefante  questo nido sicuro, dove le parole
sono dette come vogliono loro - pesanti o
alate a loro  piacimento: pesanti ma leggere come
 sono le nuvole, o in volo in cerca  dei morti.

OF A WORD

Of a word
English asks: What does it mean?
Italian asks: How does it want to be said?

I ask in the way of Italian, which gives to words desire,
how gray matter wants to be said. It lumbers
up from drowse, makes its way to water, fills its trunk,
then swings it, making of water a wide arc, in which
the sunlight is caught. Meanwhile, in the poetry class,
the instructor asks of the image: "What does it mean?"
and the elephant, which  by now is a tonnage
that wants to get out of the range of reduction,
is making its way up the steep trail
of the mountain to where sky invades the peaks,
where it wraps itself in cloud, the kind of obscurity
that a wary elephant is willing to indulge in
when tracked back toward its lair.
                                                           And up there,
on the cliffside, near where the clouds are drifting
in and out of the boulders, far above the tree line,
 a large word, elegy, with a nine foot wing span,
 wants to be said as a condor, one saved from
extinction and recently released to the wild.
It settles down on a bluff next to the gray
cloud which it understands as an elephant,
however obscure it appears. The condor,
who is a vulture of sorts, has dirty pink wrinkled
skin, and a cold eye, but is sensitive and quite
warm-hearted, and is pleased to consort with
the elephant in this safe aerie, where words
are said as they wish to be said-weighty or
winged as they please: heavy but light as
clouds are, or soaring in search of the dead.

QUELLO CHE AMA, PORTA VIA

Se il naso del porcellino nel mercato di Firenze
ha perso la sua patina opaca e brilla, come ottone,
anche nella penombra; se il santo del mosaico
sul pavimento della Basilica è quasi sparito,
consumato dal gravare di solide suole, il calpestìo              
della devozione; se le braccia di Venere sono rientrate
nella pietra, prese dal tempo, suo eterno amante,
che mutila perfino il ricordo della bellezza;
                                                                                  e se
la madre, che si nasconde col suo bambino
dall’incalzare degli squadroni della morte,
se lei, cercando di farlo stare
zitto, di non farsi trovare,
gli preme la mano sulla bocca, lo stringe
a sé sempre più forte, finché lui cessa
di respirare;
                        se il restauratore- cercando di  riportare
alla perfezione il capolavoro segnato dal suo
transito nel tempo, rimuove
per errore, il sorriso misterioso…
                                                                 se quello che
ama, e amore è, porta via ciò che intende
preservare,
                       questo allora è il luogo dove fare
silenzio, bene intenzionati ma a rischio
di distruggere ciò che vorremmo celebrare, incapaci
di  fare altro che consumare i gradini
di marmo per l’altare, soffocare il fuoco
che vorremmo salvare dalla minaccia del vento, 
                                                            o se, spaventati
dalla nostra paura, solleviamo il coperchio dalle braci, e
disperdiamo,
nella notte riarsa, un volo di scintille,
incendiarie,  ansiose di attecchire altrove,
affamate di combustibile, il passato, la sua fascina secca
esca di luce e calore, preludio
al freddo, e alla cenere.     

WHAT LOVES, TAKES AWAY

If the nose of the pig in the market of Firenze
has lost its matte patina, and shines, brassy,
even in the half light; if the mosaic saint
on the tiles of the Basilica floor is half gone,
worn by the gravity of solid soles, the passing
of piety; if the arms of Venus have reentered
the rubble, taken by time, her perennial lover,
mutilating even the memory of beauty;
                                                                            and if
the mother, hiding with her child from
the death squads closing in,
if she, trying to keep the child
quiet, to keep them from being found out,
holds her hand over his mouth, holds him
against her, tighter and tighter, until he stops
breathing;
                    if the restorer-trying to bring back
to perfection the masterpiece scarred by its
transit through time, wipes away
by mistake, the misterious smile…
                                                                   if what
loves, and love is, takes away what it aims
to preserve,
                           then here is the place to fall
silent, meaning well but in danger
of marring what we would praise, unable
to do more than wear  down the marble
steps to the altar, smother the fire
we would keep from the wind’s extinction,
                                                                     or if, afraid
of our fear, we lift the lid from the embers, and send
abroad, into the parched night, a flight of sparks,
incendiary, dying to catch somewhere,
hungry for fuel, the past, its  dry provision
tinder for brilliance and heat,  prelude
to cold, and to ash ...


* * * * * *
                                               


Omaggio al Poeta in visita: MARIANNE BORUCH

a cura del Laboratorio di Traduzione Monteverdelegge

Roma, 17 marzo 2015


Fotografia di Will Dunlop
                                             
La paura genera poesia (a cura di Fiorenza Mormile)

Il laboratorio ha deciso di introdurre accanto all’attività già avviata (dedicata quest’anno ad Eleanor Wilner) un quaderno di traduzioni in omaggio ad un poeta in visita a Roma: la statunitense Marianne Boruch, che ha tenuto un reading alla John Cabot University il 17 Marzo 2015. In quell’occasione tre poesie sono state lette anche nella nostra traduzione. Questa iniziativa ne ha tirata dietro un’altra: il laboratorio di microeditoria di MVL ha raccolto in un cofanetto artigianale fatto a mano tutte le poesie “romane”
della Boruch, che in passato ha soggiornato a Roma come borsista ospite dell’American Academy. Del cofanetto è stato fatto dono -molto apprezzato- all’Autrice. Qui di seguito presentiamo invece l’intera silloge di poesie tradotte dal Laboratorio di Traduzione. Ad eccezione di The Hawk, che risale al 2004, le altre poesie tradotte sono tratte da Cadaver, Speak, edito dalla Copper Canyon Press nel 2014. Nella pur breve scelta si individuano tematiche ricorrenti: la violenza, la paura, l’attenzione ai corpi e alla loro fragilità, l’insistenza sulla loro disgregazione. Come in Hands, la sala di disegno e quella di anatomia si affiancano, necessarie entrambe. Il falco che divora la sua preda, smembrandola meticolosamente, sembra anticipare la dissezione anatomica della mano (Hands), le statue mutile del foro (At The Forum), così come i martoriati martiri di Old Paintings. La minaccia -della morte e non solo- aleggia costantemente sui vivi e la paura è l’inevitabile risposta, come ben sanno l’uccello che dall’alto assiste allo scempio della gracola (The Hawk) e la viaggiatrice notturna terrorizzata dai continui tentativi di forzare la porta del suo vagone letto (Old Paintings). “The old story. Threat meet dread” ci riconferma anche un passaggio chiave di Rom, Du Bist Ein Welt. Ma appare in Boruch anche un altro timore, quello di non ricordare tutto, di non riuscire a ricomporre a distanza, in una poesia, le forti emozioni del momento. Ecco quindi gli schizzi da Grand Tour nella casa di Keats, come la registrazione puntuale di tutti gli stimoli visivi e sonori (silenzio compreso), siano quelli di un cortile pieno di uccelli, dello sbatacchiare di ferraglia di un treno di notte o del vociare
che dalla scalinata di Piazza di Spagna penetra nella silenziosa casa-museo. Boruch sa accendere anche inaspettati sprazzi di humour, consolidato antidoto alla melanconia: il braccio del cadavere che continua ad alzarsi (Hands), la statua del foro che “non tradisce il dolore per il pene smarrito” (At The Forum), l’aureola dei santi che sembra un piatto da torta (Old Paintings). E dimostra anche grande capacità di sintesi: secoli di storia romana riassunti nel giro di pochi versi. La pratica di derivazione etrusca del seppellimento simbolico del fulmine ripropone indirettamente il tema della minaccia e della paura insieme a modalità antiche di esorcizzarle. Ma anche scrivere poesie, sembra dire Marianne Boruch, funziona.

Da Poems: New & Selected, Oberlin Press, 2004

THE HAWK

He was halfway through the grackle
when I got home. From the kitchen I saw
blood, the black feathers scattered
on snow. How the bird bent
to each skein of flesh, his muscles
tacking to the strain and tear.
The fierceness of it, the nonchalance.
Silence took the yard, so usually
restless with every call or quarrel,
titmouse, chickadee, drab
and gorgeous finch, and the sparrow haunted
by her small complete surrender
to a fear of anything. I didn't know
how to look at it. How to stand
or take a breath in the hawk's bite
and pull, his pleasure
so efficient, so of course, of course,
the throat triumphant,
rising up. Not
the violence, poor grackle. But the
sparrow, high above us, who
knew exactly.

IL FALCO

Era a metà della gracola
quando tornai a casa. Dalla cucina vidi
il sangue, le penne nere sparpagliate
sulla neve. Come l'uccello si piegava
su ogni matassa di carne, i muscoli
protesi allo sforzo e allo strappo.
La ferocia del tutto, la noncuranza.
Il silenzio catturò il cortile, di solito
scosso da liti o richiami,
cinciallegra, passero e fringuello cinerino
e quello sgargiante, e la cincia tormentata
dalla sua piccola resa totale
alla paura di ogni cosa. Non sapevo
come guardare. Come restare lì
o prendere fiato tra i morsi
e gli strappi del falco, il suo piacere
così efficiente, così naturale, naturale,
la gola in trionfo,
che si sollevava. Non
la violenza, povera gracola. Ma la
cincia, alta sopra di noi, che
capiva ogni cosa.

Da Cadaver, Speak, Copper Canyon Press, 2014

HANDS

A whole roomful of hands
drawing hands! Then I know I'm thinking too much.
My teacher said keep looking when I figured
done, the broken-off
conte crayon in my fingers.
Early spring, wired urgent with spring
means the catbird
never lets up, his small chaos falling
again, again to the tell-tale whiny note,
the meow of no cat
I ever heard. In reflexology, you press hard
between third finger and the little one
to dull such ringing in the ear.
The hand in cadaver lab– the first fully human thing
we did, I thought. No hands alike, raging
small vessels run through them– you'd never
believe how many ribbons. The arm
kept springing up, no
not to volunteer. We tied it down with ordinary rope
you'd get at the hardware store, and even then–
The catbird is gray and dark gray but you can't
see him, not with the trees
leafed out. That hurry in a throat, no sound
like another he repeats
sideways, down,
inside out.
A whole room of hands drawing hands!
I still love that. Look away then. You should
look anywhere else
in that other room, hands with a knife to dissect
the hand, no fat there to speak of, busy
traffic of nerve and vein and tendon and trust me,

it stops.


MANI

Tutta una stanza di mani –
che disegnano mani! Lo so che sto pensando troppo.
L'insegnante disse continua a guardare quando credevo di
aver finito, il carboncino
spezzato tra le dita.
Inizio di primavera, elettrizzato pronto a scattare
significa che l'uccello gatto
non smette mai, il suo piccolo caos ricade
ancora e ancora in una nota pettegola e lamentosa,
un miao che non ho mai sentito
da nessun gatto. In riflessologia, premi forte
tra il medio e il mignolo
per smorzare quel suono nell'orecchio.
La mano nella sala di anatomia– la prima cosa umana
che abbiamo fatto, pensai. Non ci sono mani uguali,
attraversate da piccoli vasi furiosi– non
crederesti mai quanti filamenti. Il braccio
continuava a scattare su, no,
non per offrirsi. Lo fissammo con una comune corda
che si trova dal ferramenta, e anche così–
L'uccello-gatto è grigio e grigio scuro ma non
lo vedi, non con gli alberi
pieni di foglie. Quell'urgenza nella gola, nessun suono
uguale all'altro ripete
di lato, in giù,
dentro fuori.
Un'intera stanza di mani che disegnano mani!
Mi piace ancora. Guarda da un'altra parte, allora. Dovresti
guardare altrove
in quell'altra stanza, mani con un coltello per dissezionare
la mano, senza un filo di grasso, traffico
intenso di nervi e vene e tendini e credimi,
si ferma.

AT THE FORUM

Outside, one statue keeps its head.
And inside the museum, so many puzzle pieces missing
in the frescoes. Missing: a belly, a neck, an arm.
Among the upright stone figures, one
can't really bear it, another
leans in to the touch. Heads crooked, eyes closed–
pain or ecstasy, who can tell.
Sleepers dream like that, passing through tunnels
of rest, unrest.
The point is sweet or not sweet at all, a face
staring down or straight on.
Hair curls uncombed until a headband stops it.
So many noses
just not there. Skin, like skin, ribs rough enough
shine under. The fragile scrotum, made of
stone now too, belies its grief
that the penis is gone. Shoulders draped
in the most opulent scarves fierced out, shattered,
soothed by mallet, by chisel. Opulent.
I never wrote
that word before. Others rise like
some moon-soaked cloud: Subgrundaria,
graves under the eaves. Bidentalia, places struck
by lightning– toxic, dangerous.
A rock buried there equals bolt. So that's settled.
Just in case, a fence went up around it.
More marking: Pratica di Mare, Ficana and Ardea – the edge
they buried infants, children under ten,
to claim property, 620 B.C. It works. The wind cries.
In the museum, it's over and over how those who walk and look
gaily ape the statues for the photograph home,
arm raised when
a stone arm is up, head turned
the same frozen angle.
To see and see. What to say. The bent figure of a woman
made of that stone.
A small hand on her lower back.
Nothing else left of the child once attached to it.

AL FORO

Fuori, una statua ha ancora la testa.
E dentro il museo, tanti i pezzi mancanti
negli affreschi. Mancano: una pancia, un collo, un braccio.
Tra le figure di pietra in piedi, una
si regge appena, un'altra
si inclina al tocco. Teste storte, occhi chiusi–
dolore o estasi, chi può dirlo.
Chi dorme sogna così, attraversando tunnel
di riposo, di non riposo.
Il punto è dolce o niente affatto dolce, un viso
che fissa in basso o davanti a sé.
Riccioli scompigliati finché una fascia non li ferma.
Tanti nasi
non più lì. Pelle, come pelle, costole appuntite
spiccano da sotto. Il fragile scroto, ora
anch'esso di pietra, non tradisce il dolore
per il pene sparito. Spalle avvolte
nel drappeggio più opulento strappate a forza, spaccate,
placate dal mazzuolo, dallo scalpello. Opulento.
Non ho mai scritto prima
questa parola. Altre si levano come
nuvole intrise di luna: Subgrundaria,
tombe sotto le grondaie, Bidentalia, luoghi colpiti
dal fulmine– tossici, pericolosi.
Una pietra sepolta là uguale folgore. Così la cosa è risolta.
Per sicurezza, una recinzione tutto intorno.
Altri segni: Pratica di Mare, Ficana e Ardea– il confine
dove seppellivano neonati, bambini sotto i dieci anni,
per rivendicare la proprietà, 620 a.C. Funziona. Il vento piange.
Nel museo, è un continuo di gente che cammina e guarda
scimmiottando allegramente le statue per la foto ricordo,
braccio alzato quando
un braccio di pietra è in su, testa voltata
bloccata nella stessa rigida angolatura.
Vedere e vedere. Che dire. La figura piegata di una donna
fatta di quella pietra.
Una piccola mano sul fondo della schiena.

Nient'altro rimane del bambino che vi era attaccato.

Giovanni Battista Nolli, Nuova topografia di Roma (1748)
ROM, DU BIST EINE WELT
from the headstone of Hans Barth, buried near Keats in Rome

One vast ceiling in this city–
of course of course, Adam reaching a long way
to touch fingers with a god who
maybe is curious.
Two panels over, Eve takes an apple from
a human hand. We know better.
It never was a garden, how that arm morphs
from the snake of all snakes
a few feet away.
The old story. Threat,
meet dread. The deepest deep sea.
Or outer space with its
light years flashing through dark.
But never to end
loops and still breaks, color
violent, muddied, murdered in the making.
Paint toxic, a blue scarce-brilliant of
Khyber and Persia, scaffolding so
look down, day grueling day, the most
twisted position to do
an angel's wing right. Years, the swearing
up there, swirl and swell of rage,
the bad light
huge in the eye
that blinks back an ocean.

ROM, DU BIST EINE WELT
– dalla lapide di Hans Barth, sepolto a Roma vicino a Keats

Un'unica immensa volta in questa città–
certo certo, Adamo si allunga fino a
toccare il dito di un dio che
forse è curioso.
Due pannelli più avanti, Eva prende una mela da
mano umana. Noi la sappiamo più lunga.
Questo non è mai stato un giardino, come quel braccio prende forma
dal serpente dei serpenti
a poca distanza.
La vecchia storia. Minaccia,
incontra terrore. Il più profondo dei mari profondi.
O lo spazio infinito con i suoi
anni luce che lampeggiano nel buio.
Ma senza mai finire
s'incurva e ancora si spezza, colore
violento, torbido, ucciso nel farsi.
Pittura tossica, un azzurro poco brillante ottenuto da
Khyber e Persia, un'impalcatura così
guarda giù, ogni giorno più estenuante, la posizione
più contorta per fare bene
l'ala di un angelo. Anni, a imprecare
lassù, la rabbia che turbina e monta,
la cattiva luce
enorme nell'occhio

che rimanda un oceano.



OLD PAINTINGS

Someone always lifted into heaven–
the Son, Mary, the Holy Ghost in perpetual
hover, any number
of saints alone. Or a murder of them,
those martyrs, their gorgeous flight north
reward for fire, for stones, hot breath in the ear.
Tooth and claw, human style,
down centuries like a drip.
Night trains now, one from Milano to Roma,
blue blanket, blue sheets in the sleeping car,
a sink, a shelf, all racketing, lurching
over mountain, vineyards, cutting goat trails in half.
Human nature. The ticket guy
won't warn us about it: someone keeps trying
our locked door all night. I hear that.
Then I dream that.
Violent too, how the paintings
rest, gallery after gallery
at the Vatican. Saint Sebastian, his arrows in deep,
up to their feathers. And the crucifixions– this is the deadest
dead Christ we've seen, my husband says, the skin
pasty gray unto green, the head lolling.
Then Saint Bartholomew (my grade school named for him,
I walked through his door), he can't unlove
being flayed, standard
pie plate of halo off-gassing golden behind him.
I thought that ended it, passing
into funny
because of distance. Could.
It didn't. Not the train,
not the door and door all night,
the rattle, dark
window of it nailed right to the wall.

DIPINTI ANTICHI

Qualcuno saliva sempre al cielo–
il Figlio, Maria, lo Spirito Santo in perpetua
sospensione, un gran numero
di santi solitari. O il loro assassinio,
quei martiri, il loro splendido volo verso nord
ricompensa per fuoco, pietre, fiato caldo nell'orecchio.
Zanne e artigli, alla maniera umana,
per secoli, uno stillicidio.
Treni notturni ora, il Milano-Roma,
coperta azzurra, lenzuola azzurre nel vagone letto,
un lavabo, un ripiano, tutto traballante, sbandando
per montagne, vigneti, tagliando a metà sentieri di capre.
La natura umana. Il tizio dei biglietti
non ci dice niente: tutta la notte qualcuno cerca
di forzare la nostra porta. Lo sento.
Poi lo sogno.
Violento anche il modo in cui i dipinti
riposano, sala dopo sala
al Vaticano. San Sebastiano, frecce conficcate
fino alle alette. E le crocifissioni– è il Cristo morto
più morto che abbiamo visto, dice mio marito, la pelle
terrea tendente al verde, la testa che pende.
Poi San Bartolomeo (la mia scuola elementare aveva il suo nome,
ho varcato la sua porta), non può non amare
di essere scuoiato, il solito piatto
da torta dorato per aureola che sprizza dietro.
Pensavo che finisse lì, diventando
divertente
col tempo. Avrebbe potuto.
Non è andata così. Non il treno,
non la porta e tutta la notte la porta,
lo sferragliare, il suo oscuro
finestrino inchiodato proprio alla parete.


Giovanni Battista Nolli


AT THE KEATS HOUSE, ROME
How long is this posthumous life of mine to last?
— John Keats, the month before his death, 1821

Even to think, any of it —
Just draw, I thought.
And note color in his room for later because
what a mess I’d make in there.
So I wrote words, the wall
not quite robin’s egg, the floor’s old dark
a maroon. I sketched
with pencil: window, those tiles underfoot,
scribbles framed for paintings,
a big boat bed of shiny mahogany, my lines
barely, as long as they would
mean in the end, a guide for Rome once,
halfway across the planet.
And weeks would slip
before an hour or two,
my watercolors, at home: to work
the way poems get made, like memory knots and unties,
most immediate verb—is is is—trading up
any past life to eternal present, trick of light as if
there is no shade. Keats did,
then he didn't get better.
His room is part-lie, his TB wrongly
certain the plague where Vatican law aimed
its trumpets. The real bed? They burned it.
And bedclothes, the heavy curtains, wallpaper ripped
ceiling to floor. God forbid
what he breathed out stay. Letters he couldn’t
bear to open, brave
keeping those, probably illegal, think
more unpretty, buried with him,
a shovel, ten minutes
of falling dirt. Not starless, moonless.
Funny, we put people in the ground
when they're done with us.
Whoever looks
sees the Spanish Steps from
that window, their rise and ruin crooked as an old,
vast accordion where the thrill is
it widens, a giddy slow-motion, exhausting.
And the wheeze—
though I heard only shouts, laughter, traffic sounds.
The fountain there too, a modest affair
of the other Bernini, the sculptor’s
unfamous father, marking the most distant spot
the Tiber flooded, its shape
a small boat that foundered, broken thing of stone,
and the spray—anyway, anyway
delicate, continual.
Noise can sometimes
be music. Or a fragment,
a sentence. Or month blackening month
can reverse, luminous as x-ray. The hand
holds a pencil to find—at last! for a moment,
no moment. That’s what it is
to make drawings. The loose ones give way
as though happy
and sad meet best in some
blurry afterlife where neither will ever know
more than the other. Keats. His death mask floats
in that kind of plexiglass box screwed to the wall,
his once-eyes closed, his once-face
a face, eerie greenish white plaster.
I erased and drew again.
Looks like he’s dreaming,
doesn’t it? Who was that in the room,
her of course I’d get
what she said, that she wasn’t alone where
her English jarred but in all of Rome— Roma! —
this sacred place for it.
Dream, the usual code for mystery,
for figuring any last bit: past into present,
life, death, great poems,
no poems worth the reading or why anyone
would write them. Or she was simply
nice, being nice, stranger to stranger, because that
language in the street
how Keats must have heard it—part racket,
part high-held note, and mostly
a veil. My distracted
no answer at all
was unkind. And not
even true. See, the window had to be right,
the ceiling brought down by pencil
to paper, same same
flower, inlay after inlay carved
to a madness up there.
He’s sort of
beautiful, she said, tentative

as translation.


Giovanni Battista Nolli


ALLA CASA DI KEATS, ROMA
Quanto durerà ancora questa mia vita postuma?
—John Keats, 1821, il mese prima di morire

Solo a pensarci, anche solo in parte—
Disegna e basta, pensai.
E annota il colore della stanza per dopo perché
che caos farei lì dentro.
Così scrissi parole, il muro
non proprio uovo di pettirosso, il pavimento, una vecchia patina rosso
scuro. Feci uno schizzo
a matita: finestra, quelle mattonelle sotto i piedi,
scarabocchi incorniciati come quadri,
un grande letto a barca di mogano lucido, i miei versi
a malapena, per quel che potevano
valere alla fine, una guida alla Roma di una volta,
quasi dall'altra parte del pianeta.
E le settimane slitterebbero
avanti di un'ora o due,
i miei acquerelli, a casa: a lavorare
come si fa con le poesie, come la memoria annoda e slega,
il verbo più immediato —è è è— che baratta
ogni vita passata con l'eterno presente, scherzo della luce come se
non ci fosse ombra. Keats l'ha fatto,
poi non è stato meglio.
La sua stanza è in parte una menzogna, la sua tisi a torto
equiparata alla peste su cui soffiavano le trombe
della legge vaticana. Il letto vero? Bruciato.
E le lenzuola, le pesanti tende, la carta da parati strappata
dal soffitto al pavimento. Dio non voglia
che rimanga nell'aria il suo respiro. Lettere che non riusciva
ad aprire, coraggiosi
a conservarle, forse illegali, suppongo
più indelicate, sepolte con lui,
una pala, dieci minuti
di terra che cade. Non senza stelle, senza luna.
Strano, seppelliamo la gente
quando ha chiuso con noi.
Chiunque guarda
vede la scalinata di Piazza di Spagna da
quella finestra, il suo salire e rovinare sbilenco come un’enorme,
vecchia fisarmonica dove l'emozione arriva
quando si allarga, un lento movimento vorticoso, estenuante.
E l'ansimare —
benché sentissi solo grida, risate, rumore di traffico.
Pure la fontana là in mezzo, un'opera modesta
dell'altro Bernini, il padre poco noto
dello scultore, che segna il punto più lontano
raggiunto dal Tevere in piena, la forma
una piccola barca che affonda, un frantume di pietra,
e lo spruzzo —comunque, comunque
delicato, continuo.
Il rumore qualche volta può
essere musica. O un frammento,
una frase. O mese che oscura mese
può capovolgersi, luminoso come raggi X. La mano
regge una matita per trovare — finalmente! per un attimo,
nessun attimo. Questo vuol dire
fare disegni. Quelli sparsi fanno strada
come se felice
e triste si incontrassero meglio in qualche
sfocato aldilà dove nessuno saprà mai
più dell'altro. Keats. La sua maschera mortuaria sta sospesa
in quella sorta di scatola di plexiglass fissata al muro,
gli occhi-di-un-tempo chiusi, la faccia-di-un-tempo
una faccia, un gesso bianco verdastro inquietante.
Cancellai e disegnai di nuovo.
Sembra che stia sognando,
non è vero? Chi c'era nella stanza,
lei naturalmente capivo
quello che diceva, che non era sola dove
il suo inglese strideva ma in tutta Roma— Roma! —
questo luogo sacro proprio per quella lingua.
Sogno, il codice comune per mistero,
per raffigurare ogni frammento rimasto: il passato nel presente,
vita, morte, grandi poesie,
nessuna poesia degna di essere letta
o scritta da qualcuno. O lei era solo
gentile, voleva essere gentile, da sconosciuta a sconosciuta, perché quella
lingua per strada
come Keats deve averla sentita— parte frastuono,
parte nota alta trattenuta, e per lo più
un velo. La mia distratta
assenza di risposta
fu scortese. E nemmeno
sincera. Vedi, la finestra doveva essere giusta,
il soffitto riportato dalla matita
alla carta, stesso stesso
fiore, intarsio dopo intarsio inciso
in modo maniacale là sopra.
Ha una sua
bellezza, disse, incerta
come una traduzione.

traduzione del Laboratorio di traduzione di monteverdelegge
(costituito nel 2015 da:
Maria Adelaide Basile, Eleonora D'Amico, Michela Dentamaro, Diana Marchionni, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson)

I testi sono stati riprodotti per gentile concessione dell’Autrice.



Marianne Boruch e parte del gruppo del Laboratorio di Traduzione alla Cabot

Il Laboratorio di microeditoria di monteverdelegge è costituito da:
Anna Maria Rava, Daniela Lasorsa, Gianluca Chiovelli, Giovanna Ferraro, Graziella Chiarcossi, Leda Fonti, Luciana Mafodda, Maria Vayola.

* * * * * *

Il laboratorio di traduzione di poesia 2013-2014 ha come oggetto la raccolta Failure del poeta americano Philip Schultz, che proprio per questi testi ha vinto nel 2008 il premio Pulitzer. Come di consueto, il laboratorio è gratuito e aperto a tutte/i, anche se è preferibile avere una buona padronanza della lingua inglese. Chi desidera partecipare è invitato a mandare un'email a monteverdelegge@gmail.com

Le poesie tradotte

_________________

 Il laboratorio di traduzione 2012-2013
Stevie Smith

Stevie Smith
Riprendendo il filo conduttore del rapporto fra madri e figlie, già trattato in una stagione precedente, il laboratorio di traduzione 2012/2013 curato da Fiorenza Mormile ha avuto come oggetto alcuni testi della poetessa e romanziera inglese Stevie Smith
Qui di seguito i testi originali e le versioni elaborate nel corso degli incontri.





A House of Mercy

It was a house of female habitation,
Two ladies fair inhabited the house,
And they were brave. For although Fear knocked loud
Upon the door, and said he must come in,
They did not let him in.

There were also two feeble babes, two girls,
That Mrs. S. had by her husband had,
He soon left them and went away to sea,
Nor sent them money, nor came home again
Except to borrow back
Her Naval Officer's Wife's Allowance from Mrs. S.
Who gave it him at once, she thought she should.

There was also the ladies' aunt
And babes' great aunt, a Mrs Martha Hearn Clode,
And she was elderly.
These ladies put their money all together
And so we lived.

I was the younger of the feeble babes
And when I was a child my mother died
And later Great Aunt Martha Hearn Clode died
And later still my sister went away.

Now I am old I tend my mother's sister
The noble aunt who so long tended us,
Faithful and True her name is. Tranquil.
Also Sardonic. And I tend the house.

It is a house of female habitation
A house expecting strength as it is strong
A house of aristocratic mould that looks apart
When tears fall; counts despair
Derisory. Yet it has kept us well. For all its faults.
If they are faults, of sternness and reserve,
It is a Being of warmth I think; at heart
A house of mercy.

Una casa di misericordia

Era una casa tutta di donne
Due leggiadre signore abitavano la casa,
E avevano coraggio. Perché, anche se Panico bussava forte
Alla porta, e diceva di dover entrare,
Lo lasciavano fuori.

C'erano anche due fragili creature, due bimbe,
Che la signora S. aveva dal marito avute,
Lui presto le lasciò e prese il mare,
E non mandò denaro, né più fece ritorno
Se non per reclamare
l’indennità di moglie di addetto navale
dalla signora S. che gliela diede subito, pensava fosse giusto.

C'era anche la zia delle signore
E prozia delle creature, tale signora Martha Hearn Clode,
Ed era in là con gli anni.
Queste signore misero i loro soldi tutti insieme
E abbiamo campato così.
Ero la minore delle fragili creature
E quando ero bambina mia madre morì
E più tardi morì la prozia Martha Hearn
E poi anche mia sorella se ne è andò .
Ora sono vecchia e accudisco la sorella di mia madre
la nobile zia che così a lungo si è presa cura di noi
Fedele e Vera /Fedele e Sincera è il suo nome . Tranquilla.
Anche sarcastica. E curo la casa.
È una casa tutta di donne
Una casa in attesa di forza in quanto forte
Una casa di stampo aristocratico che distoglie lo sguardo
Quando cadono le lacrime; irride la disperazione. Eppure ci ha tenute bene. Con tutti i suoi difetti
Se tali sono, di durezza e riserbo,
penso sia un’Essenza di calore;  casa di misericordia.

Mother
I have a happy nature,
But Mother is always sad,
Mother has been had.

Mamma
Sono felice per natura,
ma la mamma è sempre abbattuta,
io mi godo ogni attimo di vita,-
la mamma è stata avuta.

The sad mother
Darling little baby child,
You lie upon my breast so
            mild,                                                                                                                                                 Later you must learn to
           creep,
But now you are enterily free
      to wake or sleep .                                                                                                                                               

La madre depressa
Dolce marmocchietto,
che mite riposi sul mio
             petto,
tra un po’ imparerai a
         strisciare,
ma ora libero puoi stare
di dormire o vegliare.

"N'est-ce pas assez de ne me point haïr?"
Stand off, Mother, let me go!
The clock upon the shelf is slow
There wants but half a moment
E'er I am celled and barred in thy heart's convent.

Mother, if mother-love enclosure be,
It were enough, my dear, not quite to hate me.

"N'est-ce pas assez de ne me point haïr?"
Sta’ lontana, madre, lasciami andare! 
Lento è l’orologio sopra lo scaffale 
manca solo mezzo momento
e sarò chiusa a chiave nel tuo cuore-convento.

Madre, se amor di madre clausura diventa 
che non mi odiassi, cara, mi farebbe contenta.


A Dream of Nourishment
I had a dream of nourishment
Against a breast
My infant face was presst
Ah me the suffisance I drew therefrom
What strength, what glory from that fattening fluid,
The fattening moist
Was to my infant taste
For oh the sun of strength beat in my veins
And swelled me full, I lay in brightest sun
All ready to put forth, all bursting, all delight.

But in my dream the breast withdrew
In darkness I lay then
And thin,
Thin as a sheeted ghost
And I was famished,
Hankered for a dish
I tought, of blood, as in some classicist’s
Old tale
To give me hue and substance, make me hale.

Oh breast, oh Best
That I held fast
Oh fattening draught
Timely reps
Quaffed, presst
And lost.

The breast was withdrawn violently
And oh the famishment for me.


Un sogno di nutrimento
Ho fatto un sogno di nutrimento
Contro un seno premuto
C'era il mio viso appena nato
Che suffisance ne ricavavo
Che gioia che forza da quel fluido nutriente,
Era il liquido  più nutriente
Al mio gusto neonato
Perché oh! Il sole della forza mi pulsava nelle vene
E mi faceva sazia, nel sole piu’ splendente
Tutta pronta a sbocciare, tutta energia, tutta delizia
Ma nel sogno il seno si ritraeva
Ed io rimanevo al buio
Tutta smagrita,
Smagrita come un fantasma col lenzuolo
Ed ero affamata
Smaniavo per un piatto
Forse di sangue, come 
In un mito antico
Che mi desse colore e sostanza, mi ravvivasse.
O seno, o bene supremo
Che mi tenevo stretto
O sorsata nutriente
Provvidenziale cibo
Avidamente bevuto, premuto
E perduto.

Il seno fu bruscamente allontanato
E oh! Fu la fame per me.


Mother, among the dustbins 
Mother, among the dustbins and the manure
I feel the measure of my humanity, an allure
As of the presence of God, I am sure

In the dustbins, in the manure, in the cat at play,
Is the presence of God, in a sure way
He moves there. Mother, what do you say?

I too have felt the presence of God in the broom
I hold, in the cobwebs in the room,
But most of all in the silence of the tomb.

Ah! but that thought that informs the hope of our kind
Is but an empty thing, what lies behind? --
Naught but the vanity of a protesting mind

That would not die. This is the thought that bounces
Within a conceited head and trounces
Inquiry. Man is most frivolous when he pronounces.

Well Mother, I shall continue to think as I do,
And I think you would be wise to do so too,
Can you question the folly of man in the creation of God?
Who are you?

(di questa poesia esiste anche una versione jazz)

Madre, in mezzo a letame e spazzatura
Madre, in mezzo a letame e spazzatura
ho la misura della mia umanità, quasi una figura
della presenza di Dio. Sono sicura

Nel letame, nella spazzatura, nel gioco del gatto
c'è la presenza di Dio, e questo è un fatto.
lui c'è. Madre, tu ne prendi atto?

Anch'io ho sentito la presenza di Dio nella scopa
che stringo, nelle ragnatele della stanza,
ma più di tutto nel silenzio della tomba.

Ah, ma il pensiero che impronta la speranza umana
- che c'è dietro?- non è che cosa vana 
solo la protesta di  una mente inane

che non vuol morire. Questo è il pensiero che rimbalza
dentro una testa pretenziosa e spiazza
l'inchiesta. L'uomo è davvero frivolo quando sentenzia.

Bene madre, continuerò a pensarla a modo mio, 
e penso saresti saggia a farlo  anche tu
puoi dubitare della follia dell'uomo nel creare Dio?
Chi sei tu?


 I’ll have your heart”
(Originally entitled ‘Tu refuses à obeir à ta mère…!’)

I’ll have your heart, if not by gift my knife
Shall carve it out. I’ll have your heart, your life.
I do not love another,
love passed me by
A long time ago,
And now I cry
Doh ray me fah soh.*

*The second verse was omitted when it appeared in Selected Poems

I testi di Stevie Smith sono stati tradotti all'interno degli incontri del Laboratorio di traduzione, a cura di Fiorenza Mormile. Del Laboratorio fanno parte Maria Teresa Carbone, Silvia Esposito, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore

Per informazioni: Fiorenza Mormile fmormile@fastwebnet.it

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