sabato 25 maggio 2013

Angelina Jolie e i destini dell'umanità

Alceste

I fatti sono noti. Ecco il resoconto di una delle tante gazzette: "Angelina Jolie si è sottoposta a mastectomia bilaterale profilattica: ha la mutazione di un gene che aumenta molto la probabilità di tumore al seno, per questo (e per rassicurare i suoi figli) ha deciso di farsi togliere entrambi i seni e farli ricostruire dal chirurgo plastico con due protesi".
La notizia mi ha colpito, lo ammetto. E questo lo giudico un evento, poiché, ormai, tendo all’atarassia come un pitone nel dopocena. Ha inciso forse la notorietà internazionale del personaggio? Lo escludo. Forse la decisione, pur meditata e razionale, di amputarsi di parte della propria femminilità, tanto più importante per lei, sexy girl planetaria? In parte. E quel ‘meditata e razionale’ che sconvolge. Una tale scelta non dovrebbe suscitare ritrosie irrazionali, dilemmi antichi, spirituali?
Attenzione: non si vuole di certo sindacare il diritto dell'attrice a una vita sana e possibilmente lunga (e felice) né ad evocare norme che impediscano di disporre liberamente del proprio corpo.
Ma qui è in gioco qualcosa d’altro. Si indovina una svolta, covata da decenni, e che qui trova una esemplificazione simbolica (tanto più risonante quanto più è risonante, alle orecchie delle masse e nostre, il nome della persona coinvolta, dal ruolo mediatico superlativo). Forse (questo il mio debol parere) tale scelta non è che una delle tappe della progressiva affrancazione, da parte dell’uomo, dalla natura e da dio. Qui si prospetta un individuo nuovo e postmoderno, pienamente al centro dell'universo grazie alle risorse illimitate della tecnica.
A prima vista tale affermazione può apparire esagerata, ma il diavolo si nasconde nei dettagli e spesso un fatto di cronaca - in tal caso di cronaca mondana - non è che l’occasionale manifestazione di fenomeni storici altrimenti sotterranei.
Un tempo, che ora sembra remoto, ma è giusto ieri, i rivolgimenti della nostra vita seguivano i corsi delle stagioni e delle stelle. La nostra breve favola era vissuta in una piccola radura circondata da vegetazioni impenetrabili, ma che sapevamo animate: da quelle oscurità gli dei ci scrutavano incessanti, ora benevoli ora minacciosi, sempre padroni delle nostre sorti. Il corpo era solcato da correnti magiche, rigurgitante d’umori e proliferazioni mostruose, modellato secondo proporzioni sacre, legato ai capricci e al ritmo immodificabile dei cicli naturali, nascita giorno inverno morte. 
Le religioni e le filosofie scoprirono l'anima, ma il corpo, ridotto a ruolo vicario di quella, rimase un tempio impossibile da sconsacrare.
L’assalto al cielo, da veri Prometei rivoluzionari, stava, però, per essere scoccato. Pian piano si assoggettò la natura: ce ne servimmo come di una ancella. Anche gli dei tirannici furono colpiti a morte e la loro molesta insolenza detronizzata; ci sbarazzammo quindi anche dell'anima attraverso la quale quegli esseri ci parlavano da un recesso antichissimo e terribile. Fu una guerra di liberazione titanica. Ciascuno di noi ne ha seguito lo svolgimento nei manuali di storia della filosofia.
In pochi decenni, perciò, riuscimmo padroni del nostro stesso destino, con le sole risorse acuminate della ragione; il corpo si ridusse a semplice appendice laica, ad involucro alterabile e migliorabile da plasmare a nostra discrezione per meglio godere la vita che i modelli di consumo lasciavano intravedere. Le ossessioni postmoderne, le più varie e contraddittorie, l’edonismo montante, il salutismo, l'esibizionismo, persino l'autolesionismo, rampollano oggi da tale unica radice ideologica.
Nostro unico cruccio rimase la morte, vissuta non più con la naturalezza dell’inevitabile, ma con il terrore isterico dei narcisisti.
L’affaire Angelina, per ora, appare limitato ad un segmento di quella nuova elite che domina, su basi feudali e plutocratiche, le terre del libero mercato più avanzato. La Jolie non è che una delle intrattenitrici, ampiamente costruita a tavolino e assolutamente fungibile, del nuovo capitalismo internazionale, sempre pronto all'adescamento di nuovi consumatori e all'imposizione di modelli sociali; in fondo una cortigiana di passaggio, ma i cortigiani partecipano dei diritti dei nuovi signori del mondo e questi amano forgiare da sé stessi la propria morale.
L’economia, e la conseguente progressione tecnica, riescono a rinnovellare continuamente l’etica. I limiti del vecchio ordine sono ormai inservibili al nuovo potere.
Occorre pazientare; tale predisposizione, ora riservata a pochi, tracimerà irresistibilmente sulle gerarchie inferiori; anche i sudditi, insomma, avranno diritto alle magnifiche sorti. I signori, nel frattempo, si saranno spostati un pochino più avanti.
Non voglio certo aspirare, con queste considerazioni, al ruolo di katéchon, ovvero di colui che combatte nelle retrovie cercando di ritardare l'avvento dell'Anticristo, come ebbe a dire una volta Massimo Cacciari a proposito del Papa. Anzi, spero che la storia acceleri ancor più, tanto per vedere l'effetto che fa. E poi le battaglie di retroguardia sono dispendiose e, quasi sempre, ci si riduce a sparare sui poveracci e le galline. Sorprende come una tale rivoluzione sia arrivata in modo così rapido. Una generazione, forse due. Pasolini ci diventava pazzo. A ben guardare, però, le premesse e gli ingredienti ideologici c'erano tutti; la tecnica ha solo agito da catalizzatore aggrumando con velocità vertiginosa eventi o sentimenti che possono apparire incongrui, nella loro scandalosa alterità, ma che possiedono, invece, radici ben definite e risalenti.
Ricordo una puntata[1] del serial I Soprano che rendeva plastica tale frattura immedicabile fra la considerazione attuale del corpo e quella del nostro recentissimo passato (la cito per restare in ambito cinematografico e imperiale, ovvero americano). Nell’episodio in questione il boss del New Jersey Tony Soprano (James Gandolfini) vola in Italia, a Napoli, per stringere accordi con la famiglia camorrista Zucca. Il patriarca Vittorio, vecchio e malato, vive ormai in disparte dagli affari, mentre il genero Mauro è costretto in prigione. Gradatamente Tony scopre che  le sorti della cosca sono rette da una donna, la bella Annalisa (Sofia Milos), figlia di Vittorio. La donna riceve l'americano in casa,  lo invita alla propria tavola: si crea un rapporto di confidenza; i due trattano da pari a pari gli affari più spinosi; Annalisa lo porta, quindi, in visita a Cuma, presso la grotta della Sibilla, dove, due millenni prima, la sacerdotessa di Apollo scriveva i vaticini su foglie di palma, poi disperse dal vento infiltratosi dalle cento aperture dell'antro. Sorprendiamo, quindi, Tony a spiare affascinato Annalisa che, distesa in giardino, si sottopone ad una manicure. Al termine della cura di bellezza la donna si fa riconsegnare scrupolosamente tutte le unghie recise. "Come mai conservi le unghie tagliate?" le domanda lui, a pranzo, fra il divertito e il perplesso. "Se i tuoi nemici per caso riescono a pigliarsi le tue unghie o anche i tuoi capelli possono farti un maleficio" risponde quella, “Le vuoi forse tu le mie unghie? Ma io le ho già bruciate, non le darò mai a nessuno”. In quella parte insignificante e sostituibile del corpo, secondo Annalisa, vive l'individuo stesso, secondi i canoni di una magia simpatica millenaria. E questa cultura (che dovrebbe essere anche quella di Tony, figlio di due immigrati purosangue) si erge davanti all’americano come un monolite barbarico e crudele. In una sola generazione la crepa si è allargata sino all'incomprensibilità totale. Per la Jolie (presto per noi tutti) il corpo è solo un veicolo da manutenere con cura, destinato a durare, lontano da malattie e dolore fisico, e privo di qualsiasi risonanza magica e spirituale.
Siamo appena all’inizio. Come scrisse Günther Anders[2], se la tecnica rende possibile qualcosa, quel qualcosa si farà, al netto delle considerazioni morali (anzi, come detto, è la tecnica a forgiare l’etica). È pronto l’assalto dell’ultima cittadella di Gerico, la Morte, al suono di trombe innumeri. Il futuro non conosce requie.
Un corpo migliorabile. Innesti biologici, impianti artificiali garantiti per secoli, ridecodificazioni genetiche, organi biocomputerizzati. Una nuova carne, che gode di simbiosi con l’inorganico, e virtualmente invincibile[3].
Un corpo duplicabile. Un attimo della propria vita in cui poter esclamare come Faust: "Fermati, sei bello!". E lì davvero fermarsi e rendere questo homo felix duplicabile all'infinito tramite accorte clonazioni. Una ciclica giovinezza scevra dal dolore. Infiniti sé stessi che si rialzano dai catafalchi dell’estrema unzione sempre scattanti e pronti rivivere insaziabilmente un presente eterno.
Un corpo senza corpo. L’individuo diluito in soluzioni plasmatiche senzienti: la vera immortalità, quella immateriale, oltre lo sfiancante gravame della carne e della realtà. E poi, perché limitarsi alla coscienza della nostra vita passata? Perché non innestare artificialmente piacevoli ricordi immaginari o il soddisfacimento dei nostri più nascosti desideri? Disciolti in una parodia di liquido amniotico, una serie puri pensieri sognano eternamente ciò che li rende eternamente felici.
Non è forse questo il paradiso?
____________________________________

[1] In Werner Herzog il tema dello shock culturale o della frattura fra civiltà è costante. Da vedere, per il medesimo tema, Viaggio in Italia di Rossellini (i due americani e le rovine e le processioni di Pompei) e Passaggio in India di David Lean (il rapporto fra la civiltà inglese e il passato insondabile dell'India).
[2] Günther Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, 2003.
[3] I film di David Cronenberg (Videodrome), di Shinya Tsukamoto (la serie di Tetsuo) e tutto il filone cyberpunk sono solo alcuni sguardi gettati su un futuro probabile. 

Consigli di lettura e visione

Michela Fusaschi, Corporalmente corretto, Meltemi, 2008
Günther Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, 2003.
I Soprano, stagione 2, episodio 4, Viaggio a Napoli (titolo originale, Commendatori)
Roberto Rossellini, Viaggio in Italia
David Lean, Passaggio in India
David Cronenberg, Videodrome
Shinya Tsukamoto, Tetsuo, the iron man

Nessun commento:

Posta un commento