mercoledì 24 luglio 2013

Silvio has a dream, ovvero il Berlusconi utopico e l’Elogio della Follia

G. Luca Chiovelli


Qualche tempo fa, girettando tra gli scaffali d’un mercato dell’usato, intravidi due bei volumetti a un prezzo irrisorio: l’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam e l’Utopia di Tommaso Moro (Thomas More). Per due euro circa accattai due tomi di circa quattrocento pagine in carta Fabriano dai nitidi caratteri Garamond (tondi e corsivi: l’Elogio) e Baskerville (idem: l’Utopia). Essi sono i primi numeri di una collana denominata la Biblioteca dell’Utopia – collana che include altri classici della letteratura dell’illusione alta: La nuova Atlantide di Francesco Bacone (Francis Bacon), il Principe di Machiavelli annotato da Napoleone Bonaparte, Lo spaccio de la Bestia Trionfante di Giordano Bruno e Il manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels.
Il prefatore dei volumi, che coincide con l’editore, è Silvio Berlusconi.
Sia l’Elogio che l’Utopia hanno due prefazioni: alla prima e alla seconda edizione (la prima era una strenna riservata ad un pubblico scelto; la seconda aveva l’intenzione di aprirsi a una platea più comprensiva; che, ora, evidentemente, comprende anche il sottoscritto).
Le prefazioni all’Elogio risalgono rispettivamente al 1990 e al 1992; quelle all’Utopia al 1978 (quando la pubblicò Neri Pozza come cappello ad una versione dell’opera curata da Luigi Firpo) e al 1993.
Entrambe furono vergate prima della famigerata discesa in campo con Forza Italia. Lungi dall’essere una semplice curiosità, tali reperti hanno il pregio di spiegare - senza lasciare margini in ombra - tutto Silvio Berlusconi ovvero quella chimera politica ed economica talmente pervasiva, nel suo ruolo pubblico e privato, da aver condizionato e deformato l’immaginario estetico, etico e sessuale di almeno tre generazioni.

Quanti libri sono stati scritti su e contro e pro Silvio Berlusconi? Migliaia? Quanta vegetazione è stata annientata, quanti torchi hanno scricchiolato per cercare di decrittare questo italiota sub specie aeternitatis? Sarebbe bastato compulsare questa dozzina di pagine, e scorrere l’Elogio della follia (il livre de chevet di Berlusconi, per ammissione reiterata di Berlusconi stesso), per ritrovare puntualmente, parola per parola, tutto l’itinerario politico, mentale, burlesco del Cavalier Brianza.
Per lumeggiare questo inarrivabile tipo psicologico cominceremo a esaminare brevemente la prefazione all’Utopia, poi citeremo ampi stralci dall’Elogio che illuminano, a posteriori, la rotonda silhouette del Nostro. Ci riserveremo, da ultimo, un colpo di teatro.
Come saprete l’Utopia si compone di due libri: il primo esamina la situazione politica dell’Inghilterra, il secondo, il più memorabile, delinea, attraverso il racconto di Itlodeo, un contraltare necessario alla follia dilagante, uno Stato ideale in cui la proprietà privata è abolita, si lavora diciotto ore a settimana, vitto e alloggio e cure mediche sono assicurati innanzi tutto, la tolleranza religiosa è moneta usuale, le leggi sono ben scritte e gli azzeccagarbugli, di conseguenza, banditi, e tutti i bimbetti vengono educati a disprezzare i prodotti di Mammona, oro, soldi, gioielli et cetera.
Una Repubblica socialista a tutti gli effetti. E Berlusconi, che, da universitario, ha imparato ad amare questo testo, come esce da questi miasmi comunardi? Con eleganza direi, e quasi con pacata nonchalance (ricordiamolo: scrive nel 1978). In primis egli annota: “Ancora universitario, avendo tra le mani il libro di More mi sono innamorato di Utopia e ho incominciato a sognare di costruire un giorno una città perfetta che si chiamasse così. Non ci sono evidentemente riuscito ma progettando nuove unità urbane … ho tentato , sempre, di avvicinarmi il più possibile a un modello di città (un mio modello, senza colate di cemento, senza falansteri, senza automobili) che potesse essere per i suoi abitanti, il teatro ideale per una vita più serena”.
Milano 2 (dove, accanto al laghetto, veniva eretto il cartello con su scritto: ‘laghetto’), una delle sue prime avventure palazzinare, era, insomma, non una speculazione, ma il tentativo di inverare il progetto di Stato ideale di San Tommaso Moro. Come disse Gadda: “Io stupiva”. E scrive ancora, dopo aver ricordato che Moro era assurto a rango di consigliere reale per Enrico VIII: “La favola moriana … è un invito agli uomini di buona volontà a preoccuparsi della cosa pubblica, a far politica … [More] visse a lungo nel cuore del popolo …  perché seppe farsi amare come ‘il migliore amico che mai i poveri abbiano avuto’… [e] per non venir meno alle sue convinzioni fu capace di dimettersi dalla suprema carica di Cancelliere [e] di andare sorridendo incontro al patibolo”. E più avanti: “Si è provato ad abolire la proprietà privata. I risultati di questi tentativi li conoscono tutti … qualunque pur ottimale sistema politico, sociale, economico non sarà mai del tutto soddisfacente per le aspirazioni dell’uomo, ma ciascun uomo per quel che lo riguarda deve tendere, ogni giorno, in ogni occasione, a far quanto è possibile per migliorare l’esistente”. Non male. Un’anguilla retorica. Pare dire: Moro comunista? Macché, non dovete prenderlo alla lettera; egli era un grande umanista che cercava di migliorare il presente quotidianamente con il lavoro indefesso e senza mai lamentarsi delle inevitabili storture dei governi terreni (altro che le masse depauperate che il marxista Kautsky vedeva risarcite nell’utopia dell’inglese). Un pacato calvinismo brianzolo, che, nel 1978, sedici anni prima della discesa in campo, già lasciava presagire Forza Italia.
Ma è con l’Elogio che Berlusconi consegna la propria anima alla nostra mercé. Nello scritto di Erasmo è la Follia personificata a inscenare un monologo nel quale rivendica, ai danni della seriosità e della ragionevolezza, i pregi d’una condotta eccentrica, sbalestrata, bacchica, folle appunto. Berlusconi, che lesse l’apologo quando ancora portava i capelli lunghi, si immedesima senza riserve nell’allegoria erasmiana.
Padre della Follia è Pluto, dio della ricchezza; sua dimora le Isole Fortunate dove non crescono erbacce, fave e lupini, ma verdure grate alla vista e all’odorato, ambrosia, maggiorana, nepente, giardinetti di Adone. Il suo consesso rileva Ebbrezza, figlia di Bacco, Incultura, figlia di Pan, Vanità, Adulazione, Demenza, Crapula, Debosciatezza, Voluttà, Sonno Profondo: insomma, Villa Certosa coi suoi cortigiani e famigli.
Andiamo avanti. Così come la saggezza e la filosofia sono noiose, depressive, tetre, così la Follia è gioiosa e gode della propria irragionevolezza. Non sono forse tali i bambini, ancora privi di senno, ovvero leggeri, ridenti e allegri? E l’adolescenza allora: “[essa] riesce simpatica a tutti … tutti la favoriscono … e con quanta cortesia le danno la mano!”. Ecco il perché dei favori a Ruby Rubacuori e Noemi Letizia, per citare solo due esponenti della tenera legione. E quando sopraggiunge l’età adulta? La saggezza, che prende il dominio, appassisce la bellezza, spegne l’allegria, raffredda l’umorismo, affloscia il vigore. Berlusconi, infatti, questi sepolcri imbiancati li detesta. E gli anziani? La Follia si incarica anche di loro: persa la maturità, essi vengono ricondotti alla fonte di Oblio dove perdono la gravezza e riconquistano il buonumore dei bambini. “Quanto più ci si avvicina alla vecchiaia, tanto più si torna simili all’infanzia … beati in un’eterna giovinezza”. Ecco che il mistero delle cene eleganti ci viene svelato: Berlusconi, il vecchio Dioniso, che frizza assieme alle giovincelle: è la Follia, questa brezza giovanile, che impone la sua signoria. La Boccassini, a cui la tetraggine del dovere ha risucchiato il midollo del sorriso, non ha capito nulla, come tutti. Gli dei supremi, Bacco, Venere, Flora, Cupido sono le divinità dell’allegra insania e dell’eterna giovinezza, mica come quei culi di piombo di Atena e Giove, sempre con le scartoffie in mano e il cipiglio del buon senso.
E quali sono gli esseri più irragionevoli e più matti della terra? Le donne, ovviamente, che "con le guance sempre lisce, la voce sempre sottile, la pelle cosi delicata offrono ... l'immagine dell'eterna giovinezza"
Nelle donne Silvio vede la fonte di una vita redenta dal tempo e sempre gaudente. Alcune donne, ovviamente; altre, come la Montalcini, la Hack, la Bindi risultano insipide al suo palato: "se poi per caso la donna vorrà essere saggia, non combinerà altro che essere due volte sciocca, come se si conducesse un bue in palestra contrariandone a viva forza le tendenze"
Donne, Bacco, divertimento, musica, poiché il Nostro è discreto cantante e pianista: "lascio ad altri la questione se sia possibile un pranzo se non ci sono donne", cicala la Follia. Bisogna sempre ricercare la singolarità, il colpo pazzo; a tal scopo "si manda a chiamare un buffone magari addirittura pagandolo o si adopera il talento comico di un parassita perché scacci il silenzio e la tetraggine della bevuta comune con battute buffe, cioé irragionevoli". Olgettine e schitarrate napoletane. Tutto previsto.
E l'amicizia? Non può nascere fra sapientoni, ma tra uomini ebbri di Follia: infatti i primi, occhiuti e moralisti, scorgono subito i difetti, inimicandosi l'uno all'altro, mentre i secondi, leggeri come fate, non solo passano sopra a vizi e storture, ma con il loro fare conciliante, da uomini di mondo, apprezzano proprio i lati immorali degli altri e ne traggono motivi ulteriori per "annodare legami di convivenza che procurano piacere". Ecco spiegato perché Silvio s'annoia con la Merkel (quella del cucù), gli algidi capi di stato nordici o i protocolli anglosassoni. Egli ama ben altre tempre, Putin, Nazarbayev, Mussolini, Gheddafi, Topolanek (quello fotografato col birillo al vento a Villa Certosa). E si capisce, finalmente, dopo quattro interminabili decenni, cosa egli intenda davvero per comunista. Non già un fiero sostenitore dell'abolizione della proprietà privata (che non ha mai corso rischi), ma proprio un tipo pesante come piombo, plumbeo, sempre col righello in mano, colla bocca che cola dovere, avido di preamboli e dibattiti, un ragioniere che misura il soldo fin nei centesimi, un filologo, un cattedratico, un maestrino, un dotto, un barbogio, un moralizzatore fanatico, un bibliotecario ammuffito.


[A questo punto, come diceva Totò, vorrei aprire una parente. Silvio ne sopporta solo due, di comunisti; uno, D'Alema, perché, nonostante il baffetto pedante, è oramai un compagno di giochi e d'avventure costituzionali, quasi un vecchio sodale che, pur diverso nel carattere, s'affratella in una bisboccia a distanza dove le goliardate e le burrasche del tempi belli impongono la loro rievocazione; l'altro, Bertinotti, poiché, pur sedicente comunista, e rifondatore per di più, partecipa gioiosamente della natura del Silvio liberista-nemico-di-classe (quale classe poi). Fausto è ciarliero, di bell'aspetto, elegante, col portaocchiali che gli traversa il petto come la bandoliera d’un rivoluzionario messicano, politicamente innocuo, se non per qualche fascinosa tirata blesa, quasi sempre in prossimità delle elezioni, chez Bruno Vespa o in vista di uno di quegli scioperi inevitabili e completamente inutili che punteggiano il quotidiano degli italiani. Un anno fa circa lo vidi in Via Ripetta, quando, sceso dalla Lancia di Stato che l'autista aveva portato ad invadere istituzionalmente il marciapiede di sinistra, s’apprestava a salutare, in compagnia della moglie, perfettamente cotonata, una coppia di conoscenti che, per un mimetismo sociale proprio di alcuni milieu ai quali io non apparterrò mai, campassi mille anni, sembravano gemelli dei due barricaderi. Mi fece una bella impressione: abbronzato, scattante, finalmente libero dall’onustà dei molesti impegni parlamentari. Il giorno dopo, appresi poi dalle gazzette, presenziò a uno spettacolo teatrale della fondazione Alda Fendi, dove tra nudi d'avanguardia ed elucubrazioni simboliche new age, ebbe a declamare l'introibo di tale formidabile messinscena; niente meno che la Terra desolata di Thomas Stearns Eliot: “Apvile è il mese più cvudele/genevando lillà dalla movta tevva/ miscelando memovia e desidevio ..." E così via. Ho aperto la parente, ora la richiudo].

E poi: nell’amore, come nelle amicizie, occorre "farsi sostenere dalle lusinghe, dallo scherzo, dal lasciar correre, dall'inganno, dal far finta di non vedere". E, soprattutto, sursum corda!
E verso sé stessi occorre operare alla stessa maniera, tramite l'Amor Proprio che scaturisce proprio da Follia: "ognuno lusinghi sé stesso con una lisciatura prima di poter godere della stima altrui". E a Silvio la lisciatura e l'autostima non difettano da quel dì: sono il più grande copulatore, Presidente del Consiglio, operaio, lavoratore, allenatore di calcio.
E Il governo della nazione? Guai, secondo la Follia, ad affidarlo ai filosofi, ai tecnici, ai competenti. "Lo Stato non ha mai avuto governanti peggiori di quando il potere è caduto nelle mani di un filosofastro o di un letterato". Platone, Kohl, Prodi, Mitterrand, Adenauer, coi loro sermoni soporiferi e ragionati, Silvio li vede come il fumo negli occhi. Il popolo si governa con ben altro piglio: "Cosa ha convinto la plebe romana ... a tornare in città in concordia con le altre classi? Forse un'orazione filosofica? Niente affatto, bensì un buffo e puerile apologo a proposito del ventre e delle altre membra". Tutti i grandi leader "hanno governato con invenzioni mitiche ... sono queste storielle ad influenzare il popolo, questo animale enorme e potente". Il milione di posti, le dentiere per gli anziani, la lettera che depennava l'IMU, barzellette, proclami, promesse. Perchè il popolo – Silvio il folle dixit - é un ragazzino di dodici anni, neppure troppo sveglio e che sta all'ultimo banco. Il governante della Follia "compra il favore [del popolo] distribuendo provviste, va a caccia dell'applauso di tante teste vuote, si compiace delle acclamazioni, viene portato in trionfo e messo in vista come una statua sacra ... è proprio la finzione il trucco che cattura l'attenzione degli spettatori ...". Altro che quegli assennati soloni, duri come stoccafissi. Il popolo non li vuole: "chi non preferirebbe ... un tizio capace ... irragionevole com'è, di comandare agli irragionevoli, di piacer ai suoi simili e quindi al maggior numero ... che pensa non gli sia estraneo alcun aspetto della vita umana ..."; uomini, insomma, sempre spiritosi e disponibili, che, in tarda età "fanno i giovanotti al punto che uno si tinge i capelli bianchi, un altro nasconde la calvizie con una parrucca".

I trapianti tricologici, il toupet, la bandana: in Erasmo c’è già tutto Berlusconi, suo alunno devoto.
Ancora sui governanti della Follia: “Si trattano con riguardo e non danno udienza se non a chi sa dire cose piacevoli ... ritengono di aver adempiuto per bene tutte le mansioni del principe cacciando in continuazione, mantenendo bei cavalli, vendendo magistrature e posti dell'amministrazione in modo da guadagnarci sopra, inventando ogni giorno nuovi metodi per impoverire i cittadini e convogliarne le ricchezze nel fisco regio ... e lo fanno con cavilli rispolverati per l'occasione, in modo che ciò, pur essendo ingiustissimo, si presenta con una certa apparenza di legalità. Aggiungono a bella posta un po’ di adulazione per legare a sé alla meglio l'animo del popolo …”. Ancora: il principe folle è “un uomo ignorante delle leggi, nemico del bene pubblico, alla ricerca di vantaggi egoistici, dedito ai piaceri, che odia la cultura, che odia la libertà e il vero, che non pensa a nulla meno che allo Stato, bensì misura tutto col criterio del suo desiderio e dei suoi interessi”.
Può bastare. Silvio Berlusconi ha eletto i proclami della Follia erasmiana (in latino Morìa) a propria etica e, nel perseguire questo totale asservimento al modello, è riuscito a pervertire una nazione. E dov’è la sorpresa finale? Semplice: Erasmo scherzava. Lo scrive proprio al suo amico Tommaso Moro nell’introduzione. Come mi è venuta in mente questa cosa, caro Tommaso? Tornavo dall’Italia in Inghilterra, il viaggio era lungo. Non mi sembrava il momento giusto per una composizione seria, ma quello per un giocoso elogio della Follia (Moriae encomion ludere). E poi il tuo nome, caro Moro, così vicino al nome di Morìa (la pazzia, a cui tu, uomo dotto e acuto, sei così estraneo) ha creato in me un’associazione di idee. Spero apprezzerai l’umorismo, il prodotto scherzoso del mio ingegno et cetera et cetera.
Berlusconi, insomma, che non prende alla lettera l’utopia comunista di Moro, prende assolutamente alla lettera le vociferazioni della Follia dell’olandese. E impronta tutta la propria vita, di imprenditore, marito, uomo politico, ad un’etica alla rovescia partorita paradossalmente dalla mente di uno dei più assennati umanisti di tutti i tempi.
Il berlusconismo, che si è capillarmente insinuato in tutti noi, si basa quindi – è questo il sospetto - su un equivoco letterario di gioventù. Quarant’anni di follia solo perché un giovane Silvio distratto non ha letto l’introduzione.
A riprova, se ce fosse ancora bisogno, che il reale non è tutto razionale, ma l’irrazionale, di sicuro, è sempre, integralmente, reale.

Consigli di lettura, ascolto e visione

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, edizioni varie
Tommaso Moro, Utopia, edizioni varie
Arcangelo Corelli, La follia (eseguita da L'Accademia degli Astrusi)
Camillo Mastrocinque, Totò, Peppino e la malafemmina, Warner, 2012 

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