sabato 8 giugno 2013

E l'ultimo spenga la luce



Londra. Dopo una giornata di lavoro le saracinesche della fumetteria Doomsday sono abbassate. Nel locale si attardano tre giovani, probabilmente il gestore e i due commessi. Improvvisamente la serranda vien alzata; nel negozio entra un individuo dall'aspetto abbastanza ricercato, sulla trentina, vestito scuro e cravatta, dalle movenze sicure ed efficienti. Il suo nome è Lee. Deposita una borsa di un giallo accecante, ne estrae il segmento di un tubo idraulico, lo soppesa con accorta professionalità. "Siamo chiusi!" si lamenta il nerd sovrappeso alla cassa rivolgendosi verso quella presenza inaspettata. Un secondo estraneo si introduce nel locale. "Siamo chiusi!", sbraita stancamente, ma l'incertezza già crepa impercettibilmente il timbro della rimostranza. Il nuovo arrivato, Arby, nonostante il fisico appesantito, il respiro ansante e una certa trascuratezza casual, ha l’istinto sicuro del comando; si dirige verso il ciccione, affissa su di lui due occhi senza palpebre, freddi e indifferenti come vuoti interstellari, gli chiede notizie sul manoscritto di Utopia, poi su una certa Jessica Hyde: "Dov'è Jessica Hyde?". "Cosa? Chi è?". "Dov'è Jessica Hyde?" "È una nostra cliente?" farfuglia l'altro mentre una sensazione incontrollabile di pericolo risale le terminazioni della spina dorsale. Lee, intanto, spacca il cranio ad un commesso, passeggia calmo sulla larga pozza di sangue, si avvicina al secondo con serenità innaturale, quindi, come ammansendo una bestiolina capricciosa, lo soffoca con un getto di gas venefico. "Dov'è Jessica Hyde?”, insiste Arby catatonico. L'interlocutore, reso muto dal terrore, sembra inservibile ai fini delle informazioni. Anch'egli viene gassato. Prima di uscire, Arby scopre un bimbetto rannicchiato sotto uno scaffale. Gli sorride. Lo adesca con delle mentine. Poi dice al secondo killer: "Aspetta a portare via il gas ..."
È l'inizio, di elegante e ironica brutalità, del serial britannico Utopia. I due assassini agiscono per conto del Network, organizzazione segreta e potentissima, volta a realizzare una operazione di eugenetica su scala mondiale, chiamata Giano; i dettagli di Giano sono celati simbolicamente in una graphyc novel realizzata dallo scienziato ideatore del progetto, Carvel. La resistenza, variopinta e improvvisata, e capeggiata proprio da Jessica Hyde, riesce dapprima a mettere le mani sull’opera a fumetti, quindi a catturare un esponente del Network. Quest’ultimo, sentendosi tradito e abbandonato, confessa le finalità di Giano:


“Siamo oltre sette miliardi, sul pianeta. Quando sono nato, eravamo poco sopra i due. Il prezzo del cibo è in crescita, il petrolio sta finendo. Quando le risorse finiranno, tra vent'anni, con tutto quello che sapete sulla nostra specie, pensate davvero che condivideremo quel che resta?”

“Quindi la soluzione è una specie di genocidio?”

“No, non è così! Non è un genocidio. La nostra soluzione è Giano. Giano è composto di una proteina e di un aminoacido … quando vengono uniti in un soggetto, agiscono come un innesco genetico che previene la divisione cromosomica. Le cellule prese di mira non possono duplicarsi, e diventano inutili. La modifica è permanente ed ereditaria”.

“E quali cellule vengono prese di mira?”

“Quelle che controllano la fertilità … Lo scopo di Giano è di sterilizzare l’intera umanità. Prevediamo che la popolazione si assesterà sui 500 milioni in poco meno di 100 anni. Per allora, i tassi di riproduzione dovrebbero riprendere normalmente, ma in un pianeta un po' più vuoto …”

“Sei un pazzo del cazzo!”

“Non fare niente è da pazzi! Ci accusate di volere un genocidio. Non agire è un genocidio. Da dove credete che venga il cibo? Un terzo del terreno coltivabile mondiale è inutilizzabile, a causa del degrado del suolo, eppure sforniamo ancora bocche da sfamare. E la vostra soluzione qual è? Lampadine a risparmio energetico?
Ma stiamo facendo qualcosa. Stiamo cambiando qualcosa.
Sai chi ha avuto il più grande impatto ambientale sul pianeta? Gengis Khan, perché ha massacrato 40 milioni di persone. Nessuno coltivava più la terra, le foreste ripresero a crescere. Il carbonio usciva dall'atmosfera. E se questo mostro non fosse esistito, oggi ci sarebbe un altro miliardo di persone a sgomitare per un po' di spazio, su questo pianeta morente. Invece, Giano non massacra nessuno. E' senza violenza. Sapete cosa vedo? Un pianeta trasformato in un deserto. Miliardi di anime affamate che muoiono. E noi possiamo fermare tutto questo. Con Giano”.

Una soluzione brillante e incruenta, che ha inoltre il pregio di rivoluzionare con classe il concetto di filantropia: Gengiz Khan, Stalin, Hitler, Pol Pot, Leopoldo II del Belgio, Cortez, Bush, Donato Bilancia, entrano, a diritto spiegato, nell'empireo dei benefattori universali.
Siamo troppi. Addirittura Giovenale, nel primo secolo dell’era volgare, si lamentava della caotica metropoli romana:

"Il transito dei carri nella rete
Aggrovigliata degli stretti vichi,
Lo strepito delle bestie ammucchiate ...
... Cerco invano
Tra la calca vischiosa che mi schiaccia
Un varco. Mi piglio una gomitata,
Una stanga mi rompe un osso,
Testate do in una trave e in una botte.
Ho le gambe in un mare di fango
E i piedi scalpicciati da scarponi ..."[1]

Allora Roma era sulle centomila anime, l’umanità sui cento milioni. Nel 1500 era salita a circa quattrocento milioni; ai primi dell'Ottocento a un miliardo; oggi siamo a sette e veleggiamo verso i probabili dieci del 2040. Si può andare avanti così? Necessitiamo di una decisa potatina.
In un film dei fratelli Marx del 1935, Una notte all'opera, Groucho, in viaggio per mare, viene relegato in una cabina di pochi metri quadri che, a stento, contiene il baule da viaggio. Egli cerca di adattarsi al poco spazio, ma dal valigione escono tre clandestini, Chico, il belloccio del film (al centro della sottotrama sentimentale) e, dal cassetto delle camicie, Harpo, profondamente addormentato. La situazione, già claustrofobica, inclina alla catastrofe: in pochi minuti si stipano nel loculo un idraulico, due cameriere, l'aiutante dell'idraulico, una tizia che cerca la zia Minnie, una manicurista, un'addetta alle pulizie, quattro steward che portano altrettanti vassoi di cibo. Spintoni, sbuffi, gomitate, sballottamenti portano la pressione di quel carnaio a mille; Groucho, come Giovenale, è costretto ad  esclamare: “Hey, è una mia impressione o cominciamo a stare un po’ stretti?”.
Proprio a cominciare dai primi dell’Ottocento, da quella meta simbolica (un miliardo = 1.000.000.000), in letteratura si fa a gara per mandare al diavolo l’umanità. Non che prima non ci fossero trombe del giudizio, affogamenti biblici, Armageddon assortiti, cavalieri apocalittici, ma i motivi erano squisitamente religiosi. Qualcuno di noi aveva fatto uno sgarro all’Essere Supremo e Questo cominciava a tuonare di brutto. A partire dai primi decenni del XIX secolo, invece, si cominciò a presentire come inevitabile lo sterminio intraspecifico, scevro da ire divine, e spesso mascherato da cataclisma extraterrestre (Wells, La guerra dei mondi, 1897 oppure Camille Flammarion, La fine del mondo, 1894).
Uno dei primi a dar fuoco alle polveri è Giacomo Leopardi; ecco il Dialogo tra un folletto e uno gnomo, tratto dalle Operette morali:

Folletto. Son tutti morti
Gnomo. Che vuoi tu inferire?
Folletto. Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta.
Gnomo. Ma come sono venuti a mancare  quei monelli?
Folletto. Parte guerreggiando fra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male".

Due anni dopo, nel 1926, è l'autrice di Frankenstein, Mary Shelley, a licenziare la fantasia L’ultimo uomo; ambientata fra il 2074 e il 2100, essa vede il progressivo spopolarsi del continente europeo (e del mondo) a causa di una gigantesca epidemia di peste. Il tema sarà ripreso da Jack London in La peste scarlatta (1912).
Sarà celeberrima, poi, la distopia dell'inglese H. G. Wells, La macchina del tempo (1895), in cui i residui del consorzio umano sono divisi fra i sognanti Eloy e i mostruosi Morlocks. Il connazionale di Wells, Arthur Conan Doyle, si adoperò a farci fuori per ben due volte (La nube avvelenata, 1913, e Quando la terra urlò, 1929); vi riuscirà in pieno il belga J. H. Rosny aîné con La morte della Terra (1910), in cui il pianeta azzurro è stato desertificato dalla sovrappopolazione.
Il capolavoro del periodo è, però, La nube purpurea (1901) del bislacco M. P. Shiel: il genere umano è stato sorpreso e annientato in pochi giorni da una nube gassosa interplanetaria; l'unico sopravvissuto, Adam Jeffson, si muove fra le rovine di un'Europa desolata:

"... Arrivato a Piccadilly Circus ... scorsi a perdita d'occhio quattro campi di cadaveri ... vestiti come da uno straccivendolo in ogni sfumatura di stinto; o vestiti a metà, o del tutto svestiti, a volte perfino ammucchiati gli uni sugli altri, come già avevo osservato a Reading; ma qui il loro aspetto scheletrico era più appariscente: vedevo le spalle gonfie, le ossa dell'anca sporgenti, i ventri svuotati e gli arti rigidamente ossuti come di uomini morti di fame; l'insieme presentava l'aria bizzarra di un macabro campo di battaglia di marionette cadute ..."

La prosa barocca, turgida di aggettivazioni e di metafore ai confini del delirio decadente, rende l'opera un capolavoro. Sentite come l'autore descrive il ritrovamento dell'amata Clodagh, anch'essa vittima dei veleni:

"Le curve del busto e dei fianchi della donna erano ancora abbastanza bene preservate dentro il vestito rosso, ormai molto sbiadito; i suoi capelli rossicci volavano al vento come una nube intorno al corpo; ma la sua faccia, cosi esposta alle intemperie, appariva rosa dal vento e dalla tempesta, che l'avevano ridotta a un teschio senza naso, la mascella caduta in un sorriso teso da un orecchio all'altro ..."

Dagli anni Cinquanta in poi, la letteratura della fine, attizzata dai terrori della guerra fredda e della tecnica, diverrà legione: Io sono leggenda di Richard Matheson, 1954, L’ultima spiaggia di Nevil Shute, 1957, Gomorra e dintorni di Thomas Disch, 1965, La terra sull’abisso di George Stewart, 1949, Livello 7 di Mordechai Roshwald, 1959, parecchi racconti di Philip K. Dick, sono tutti classici di un'apocalisse presagita come sbocco inevitabile di uno sviluppo politico ed economico insensato.
Non mancarono, peraltro, i risvolti umoristici. Per piccina che tu sia di James G. Ballard e Largo! Largo! di Harry Harrison satireggiano il problema dell'esplosione demografica. Nel racconto di Ballard il governo sta razionando i metri quadri da destinare a ciascun cittadino (circa quattro); il protagonista scopre insperatamente un tesoro: un ripostiglio di scope miracolosamente sfuggito a qualsiasi censimento immobiliare. Invidie e delazioni faranno svanire il suo Eden, proprio mentre è varato un nuovo piano casa da tre metri quadri e mezzo … Il profetico Ballard aveva, peraltro, già infierito su di noi con ben quattro romanzi catastrofici eleggendo, di volta in volta, i quattro elementi base dell’universo ad agenti distruttori: aria (Vento dal nulla, 1962), acqua (Il mondo sommerso, 1964), fuoco (Terra bruciata, 1964), terra (Foresta di cristallo, 1964).[2]
Tale pattuglia di romanzi e racconti (addirittura esorbitante se si considerano le pellicole cinematografiche di genere) sono epifanie di timori inconfessabili e che tutti viviamo inconsciamente. La fine della terra e del genere umano. Timori e tremori che politica e scienza vagliano con serenità psicopatica.
Nel Marzo 2006, ad esempio, il biologo Eric Pianka, in una lettura all'Accademia delle Scienze del Texas, auspicava la pensione anticipata dalla vita dei due terzi (o del 90% secondo fonti meno prudenti) del genere homo sapiens, tramite la diffusione aerea del virus Ebola.
Ancor meno rassicurante è il documento NSM 200 (National Security Memorandum 200) redatto, nel 1974, sotto la direzione politica di Henry Kissinger. In esso, sotto le spoglie di una prosa democraticamente preoccupata delle sorti progressive dell'Occidente, si legge:

"Per la maggior parte della storia umana, la popolazione mondiale è andata crescendo molto lentamente ... ma dall'inizio della rivoluzione industriale, con la moderna medicina e le nuove regole igieniche, negli ultimi duecento anni i tassi di incremento demografico hanno cominciato ad aumentare. Ai ritmi attuali, la popolazione mondiale sarà raddoppiata entro 37 anni … Noi non sappiamo se il progresso tecnologico nel 21° secolo ci metterà in grado di dar da mangiare a 8, nè tantomeno a 12 miliardi di persone. Non possiamo avere la certezza che mutazioni climatiche nel prossimo decennio non porranno grosse difficoltà a nutrire la popolazione in aumento, specialmente in quei paesi sottosviluppati che vivono in condizioni sempre più estreme e vulnerabili. C'è la possibilità effettiva che il corso attuale porti a delle condizioni di sopravvivenza di tipo malthusiano ... Ma anche se queste grandi quantità di persone riuscissero a sopravvivere, di nuda e cruda sopravvivenza si tratterebbe, con tutti gli sforzi profusi, nelle annate migliori, a dare loro un sostentamento minimo, e nelle annate peggiori, a vederli dipendere drammaticamente da urgenti interventi di soccorso da parte delle nazioni più ricche e meno popolate.
Le strategie e i programmi mondiali in campo demografico dovrebbero contemplare due obiettivi primari:
a) interventi per permettere una crescita stabile della popolazione mondiale fino a 6 miliardi, per la metà del secolo 21°, senza deprivazioni massificate o mancanza assoluta di speranze di sviluppo, e
b) interventi per contenere il tetto massimo il più vicino possibile agli 8 miliardi, e non permettergli di arrivare ai 10, o 13 miliardi, o ancora di più.
Un crescente numero di esperti ritiene la situazione demografica mondiale molto più grave, e molto meno addomesticabile con misure volontarie, di quanto generalmente si pensi ... per evitare una insufficienza di risorse ed altre catastrofi demografiche ancora maggiori di quelle previste, siano necessarie misure d'intervento ancora più radicali, che ci porteranno ad affrontare questioni di delicato ordine morale. Ciò include, ad esempio, una revisione delle nostre stesse abitudini consumistiche, pianificazioni obbligatorie, o uno stretto controllo sulle nostre risorse alimentari …"

In soldoni: una sfoltita si rende necessaria e improcrastinabile.
Kissinger, che, appoggiando Pinochet in Cile e Suharto in Indonesia, si era da tempo portato avanti col lavoro togliendo di mezzo qualche decina di migliaia di molesti esseri umani, entrava così trionfalmente entro il benemerito gruppo dei filantropi sopra esaminati.
Proprio per tale predisposizione all'altruismo un'associazione goliardica di Oslo, sempre in vena di simpatiche ribalderie, l'aveva premiato l'anno prima, davanti ai popoli entusiasti, con adeguati rombi di grancasse.
Il che ci porta a dire, irresistibilmente, che certo futuro ce lo meritiamo alla grande.
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[1] Decimo Giunio Giovenale, Satira III, 236-247
[2] Da segnalare il filosofico Dissipatio h.g. di Guido Morselli, a cui si è già accennato.
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Consigli di lettura

Decimo Giunio Giovenale, Satira III, da Le satire, Einaudi, 1983 (traduzione di Guido Ceronetti)
Giacomo Leopardi, Dialogo tra un folletto e uno gnomo, dalle Operette morali, edizioni varie
J. H. Rosny aîné, La morte della terra, compreso nell'antologia Altri mondi, Nord, 1988
H. G. Wells, La macchina del tempo e altre avventure di fantascienza, Mursia, 1980
Arthur Conan Doyle, Tutti i romanzi fantastici, Newton Compton, 1994
J. G. Ballard, Vento dal nulla/Deserto d'acqua/Terra bruciata/Foresta di cristallo, Mondadori, 1986
J. G. Ballard, Tutti i racconti 1956-1962, Fanucci, 2003
George Stewart, La terra sull'abisso, Nord, 1990
National SecurityStudy Memorandum 200 (10 Dicembre 1974)

Consigli di visione

Utopia, 1^ puntata (sottotitoli in italiano)


 

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