sabato 7 settembre 2013

Meridiano di sangue / 2 ovvero Zarathustra nel Far West

G. Luca Chiovelli

Meridiano di sangue (1^ parte)


Abbiamo già esaminato il libro di Cormac McCarthy, Meridiano di sangue; non rimane che delinearne la filosofia sottesa che, sorprendentemente, almeno per un americano, è un coerente dispiegamento di un etica e di una visione cosmica ascrivibili, rispettivamente, a Friedrich Nietzsche (1844-1900) e al filosofo greco Anassimandro (610-546 a. C.)
Esamineremo brevemente tali due dottrine per poi vedere come si inverano nell'opera di McCarthy, in special modo nella figura memorabile del Giudice.
Il frammento anassimandreo, che suggestionò, in tale formulazione, proprio Nietzsche, cosi recita:

"[nell’infinito= ápeiron] da dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire, secondo la necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo" (1)

Dal Tutto indifferenziato ed eterno (ápeiron) nascono, ciclicamente, uomini e cose; la loro nascita, però, prevarica tale grembo infinito: è necessario, quindi, secondo l'ordine del tempo (chronos), ricondurli, a quel Tutto da cui le loro esistenze colpevoli presero vita (l'eterno ritorno).

Chronos è il Giudice implacabile che si incarica di annientare le famiglie degli uomini e la natura tutta, in un ciclo inesauribile che non ammette appelli.
Il fulcro della filosofia del tedesco, invece, lo ritroviamo ne Il crepuscolo degli idoli; dopo un breve e sarcastico excursus storico, Nietzsche annuncia la fine della distinzione fra mondo dell'apparire (i fenomeni) e ciò che venne considerato mondo vero (la cosa in sé, il cuore delle religioni, delle morali, delle filosofie ....)

"Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente?... Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!
(Mezzogiorno; momento dell’ombra piú corta, fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità: INCIPIT ZARATHUSTRA)"

E come reagisce l'uomo di fronte al crollo di tutto l'apparato metafisico e religioso che ha donato senso al suo esistere per millenni?
In due modi.
1. Può elaborare un pessimismo della debolezza e della rinuncia, passivo, teso alla non volontà, positivista, buddista
2. Può passare, in forza di una decisione, ad un nichilismo attivo (Nietzsche lo graduerà come reattivo ed estatico) in cui è l'individuo a creare il proprio destino e a redimere, in tal modo, il ciclo anassimandreo dell'eterno ritorno con una continua affermazione della propria volontà:

La volontà è qualcosa che crea. Ogni cosi fu è un frammento, un enigma, una casualità orrida - fin quando la volontà che crea non dica anche: 'Ma cosi volli che fosse! ... Ma io così voglio! Così vorrò!'".

Il mondo diviene quindi il teatro di un gigantesco scontro di volontà individuali in cui è quella più forte a imporre la propria signoria e, soprattutto, a imporre l’interpretazione della realtà e una nuova morale, opposta a quella antica che preservava il gregge dei mediocri. L'uomo nuovo vive lungo il confine, in procinto di trasvalutare i valori passati e divenire un oltre-uomo (Übermensch, ormai simile a dio) al di là del bene e del male (poiché è lui, ora, a stabilire ciò che è bene e ciò che è male).

“[L’oltre-uomo] dà alla terra il suo senso e il suo futuro: solo costui fa sì, creando, che qualcosa sia buono o cattivo ...  il loro conoscere è creare, il loro creare una legislazione ... la loro volontà di verità è volontà di potenza

Il profeta che annuncia l'uomo nuovo è Zarathustra.
E l'epitome di tali uomini che forgiano il destino come ciclo inesauribile della volontà e della guerra è il Giudice Holden (cognome che richiama il verbo inglese ‘to hold’, nel senso di reggere, possedere, ritenere responsabile).
McCarthy imprime al personaggio del Giudice una progressione simbolica inequivoca.
Holden, inizialmente, ha le stimmate di un essere diabolico: ad esempio, grazie alla sua spudorata facondia, aizza la folla contro un predicatore (che gli grida: "È lui, è il diavolo!"); oppure compone dispute insanabili grazie a una sovrannaturale conoscenza delle anime; padroneggia arti, mestieri e conoscenze; possiede il dono precipuo del demonio, la poliglottia: "Il tizio che guidava [i pellegrini] si è messo a parlare in olandese come fossimo tutti in Olanda, e il Giudice gli ha risposto perfettamente a tono. Glanton per poco non è cascato dal cavallo … quell'uomo sa fare di tutto ... sa seguire le tracce, sparare con un fucile, cavalcare un cavallo, inseguire un cervo. È stato in tutto il mondo”. È un disegnatore naturale, un violinista, un danzatore sopraffino (Zarathustra: “Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo”).
Nel grandioso capitolo decimo, tredici pagine degne dell’Anabasi di Senofonte, egli si configura ulteriormente e definitivamente. Ecco il primo incontro, rievocato dalle parole di Tobin lo spretato, fra i mercenari di Glanton e il Giudice:

"Verso mezzogiorno ci imbattemmo nel Giudice tutto solo su una roccia ... Un cippo che gli serviva per segnare il confine tra sé e il nulla ... Aveva lo stesso fucile che gli vedi adesso, tutto montato in argento tedesco, e il nome che gli aveva dato era scritto ... in latino: ‘Et In Arcadia Ego’"

‘Et In Arcadia Ego’ é un monito sulla transitorietà della vita; vi si evoca la Morte (2).
E il mezzogiorno, l’ora meridiana, è l’ora di Zarathustra. Il Giudice siede fra sé e il Nulla, fra l'infinito del passato e l'infinito del futuro. L’uomo assurge, quindi, a confine fra l’uomo vecchio e quello nuovo. Scocca la decisione. Le truppe scalcinate di Glanton verranno risucchiate dalla nuova etica divenendo le pedine del gioco universale, una pattuglia di oltre-uomini votati alla guerra divina, alla volontà affermatrice e distruttrice (Zarathustra: “La volontà di distruzione è pur sempre una volontà”).
A questo si riduce l'esistenza, a un gioco diuturno, crudele e fatale, in cui gli uomini impongono dominio e prevaricazione (e quindi la propria etica e conoscenza) gli uni sugli altri, sotto un sole eterno e meridiano, senza rifugi.
La volontà di potenza, in definitiva il gioco cruento di un infante che uccide col sorriso sulle labbra (3), coincide, perciò, con l’unica realtà. I deboli sono spacciati.
Ecco la descrizione di Holden, infante smisurato e dionisiaco:

Era calvo come un uovo, non aveva traccia di barba e i suoi occhi non avevano né sopracciglia né ciglia. Era alto più di due metri … riluceva come la luna, pallido, senza un solo pelo visibile in tutto il gran corpo, nemmeno in qualche piega della pelle o nelle grandi narici o sul petto o nelle orecchie, e neppure un'ombra sopra gli occhi o sulle palpebre


Profeta e Sfinge paurosa dello smisurato gioco universale:

Nella compagnia nessuno aveva un'idea di cosa significasse quell'atteggiamento, eppure l'uomo era così simile a un'icona nella sua postura che tutti si fecero cauti e parlavano fra loro con circospezione, quasi non volessero risvegliare qualcosa che era meglio lasciar dormire


Le sentenze di Holden sono irrevocabili (dice Zarathustra: “Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col suo sangue. Scrivi col sangue: e allora imparerai che il sangue è spirito”). Eccone alcune:


"Tutte le cose del mondo sbocciano, maturano e muoiono, ma in quelle dell'uomo non c'é tramonto e il mezzodì del suo fiorire è già l'inizio della notte” (Mezzodì = meriggio)

Qualunque cosa esista nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso (Le cose acquistano senso e  realtà solo nell’interpretazione dell’oltreuomo)

“La legge morale è un'invenzione dell'umanità per deprimere il forte a vantaggio del debole ... le decisioni sulla vita e sulla morte ... pongono in secondo piano qualunque questione di diritto” (Il diritto e la morale sono perversioni concettuali nate per agevolare la massa, il gregge, i deboli)

Ciò che vedete qui, queste rovine che stupiscono le tribù dei selvaggi, non pensate che tutto questo rinascerà? Oh, sì. Ancora e ancora. Con altri uomini, con altri figli (L’eterno ritorno, Anassimandro)

“Gli uomini sono nati per giocare. Nient'altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro ... tutti i giochi aspirano alla condizione di guerra ... supponiamo che due uomini giochino a carte non avendo niente da puntare se non la vita ... una carta viene girata. Per il giocatore l'intero universo si riversa fragorosamente in quell'istante, che gli dirà se gli tocca morire per mano di quell'uomo o se toccherà a quell'uomo morire per mano sua ... la guerra è la verifica della propria volontà e della volontà di un altro, all'interno di quella più ampia volontà [che] li lega insieme. La guerra è il gioco per eccellenza ... la guerra è dio(Il forte, il nuovo signore della terra, mette in gioco la propria esistenza; sempre. A Sparta c’era un rapporto liberi - schiavi di uno a quattro. Un cittadino era costretto a girare armato. Pericolo, gioco, riso, impudenza, sprezzo e amore del destino, dell’inevitabile e dell’imprevedibile)

L’ultimo passo è concettualmente analogo a quello, memorabile, di Non è un paese per vecchi, reso celebre dal film omonimo dei fratelli Coen. Un assassino psicopatico, Anton Chiguhr, costringe il proprietario di un drugstore a puntare la propria vita su una moneta, testa o croce.

"- Qual è la cosa più grossa che hai visto perdere a testa o croce?
- Prego?
- Ho detto qual è la cosa più grossa che hai visto perdere a testa o croce.
- A testa o croce ?
- A testa o croce.
- Non lo so. In genere non ci si gioca qualcosa a testa o croce. Di solito si usa per sistemare una questione.
- Qual è la questione più grossa che hai visto sistemare ?
- Non lo so.
Chigurh prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi e la lanciò, facendola roteare sotto il bagliore azzurrognolo delle lampade al neon. La prese e se la sbatté sul dorso dell'avambraccio appena sopra le bende insanguinate.
- Scegli: testa o croce, disse.
- Testa o croce ?
- Si.
- Per cosa?
- Scegli e basta.
- Be', devo sapere cosa c'è in ballo.
- Perché, cambierebbe qualcosa?
L'uomo guardò Chigurh negli occhi per la prima volta. Azzurri come lapislazzuli. Scintillanti e al tempo stesso completamente opachi. Come pietre bagnate.
- Devi scegliere tu, disse Chigurh. Non posso scegliere io. Non sarebbe onesto. Non sarebbe neanche giusto. Scegli, avanti.
- Ma io non mi sono giocato niente.
- Sì invece. Te lo stai giocando da quando sei nato. Solo che non lo sapevi. Sai che data c'è su questa moneta?
- No.
- Millenovecentocinquantotto. Ha viaggiato ventidue anni prima di arrivare qui. E adesso è qui. E sono qui anch'io. E ci tengo la mano sopra. Ed è testa o croce. E devi dirlo tu. Scegli.
- Non so cosa posso vincere.
Nella luce azzurra il viso dell'uomo era leggermente imperlato di sudore. Si leccò il labbro superiore.
- Puoi vincere tutto, disse Chigurh. Tutto



Un teatro universale di sangue e distruzione (e una metafora dell'America, ovviamente), dove la morte aspetta dietro ogni angolo; una continua eventualità che l’oltre-uomo affronta con volontà d'acciaio e quel contraddittorio amor fati padre, allo stesso tempo, di un giocoso riso dionisiaco e d'una saggezza leggera e danzante - quella di chi conosce la nullità di tutto, dell’eterno ritorno anassimandreo:

Zarathustra: “L'aria sottile e pura, il pericolo vicino e lo spirito colmo di allegra malvagità: queste cose stanno bene insieme ... Non con la collera, col riso si uccide ... Coraggiosi, noncuranti, beffardi, violenti - cosi ci vuole la saggezza: che è femmina e sa amare solo il guerriero ... Non è cosa dappoco intendere il sangue altrui: io odio i perdigiorno che leggono … Due cose vuole il vero uomo: pericolo e gioco. Nel vero uomo si nasconde un bambino che vuole giocare

Una visione etica insostenibile. E, al netto del superomismo, non dissimile da quella del concittadino H. P. Lovecraft. Quel nome, Chiguhr, non sfigurerebbe, infatti, accanto a quelli di Chtulhu e Yog-Sothoth.
In quanto alla divinità suprema di Lovecraft, Azathoth, il dio cieco e demente che gorgoglia fra suoni di flauti al centro di un universo insensato, come non ritrovarla in questa tre righe definitive tratte dall’altro grande romanzo, Suttree:

Quale divinità nei regni della demenza, quale feroce dio generato da lobi fumanti di rabbia avrebbe potuto concepire una custodia per anime meschina quanto questa carne. Questo insulso tabernacolo destinato ai vermi

E anche McCarthy, come Lovecraft, muove lungo il margine ultimo del pensiero e delle possibilità. Oltre c'è l'impensabile, il convitato di pietra dell'ultimo uomo, il nulla. Dopo millenni di illusioni, di favole e strepiti, il mondo vero si è ridotto ad una terra meschina e inospitale, bruciata dal sole meridiano:

Holden: “Questo deserto sul quale tanti sono stati distrutti è vasto ed esige un grande cuore, ma in fondo è anche vuoto. E' aspro, è arido. La sua vera natura è la pietra

Questa verità finale esige il terrore; dei deboli. O la danza, dei vincitori.

Alto sopra tutti torreggia il Giudice, che balla nudo, con i minuscoli piedi rapidi e vivaci, e ora affretta il passo e s'inchina alle signore, enorme e bianco e glabro come un infante smisurato. Lui non dorme mai, dice. Dice che non morirà mai. S'inchina ai violinisti e arretra facendo lo chassé e getta indietro la testa e manda una profonda risata di gola, ed è il beniamino di tutti, il Giudice. Si toglie il cappello, e la volta lunare del suo cranio biancheggia sotto le lampade, e gira su se stesso e s'impadronisce di uno dei violini, e piroetta e fa un passo, due passi, ballando e suonando al tempo stesso. I suoi piedi sono lesti e leggeri. Non dorme mai, lui. Dice che non morirà mai. Danza nella luce e nell'ombra, ed è il beniamino di tutti. Non dorme mai, il Giudice. Danza, danza ancora. Dice che non morirà mai
_____________________

(1) Questa è la versione nota a Friedrich Nietzsche. In realtà le righe anassimandree vanno integrate in tal modo: “Principio degli esseri è l'infinito (ápeiron) ... da dove infatti gli esseri hanno l'origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo”.

(2) La scritta “Et in Arcadia ego” (Anch’io sono in Arcadia) compare in due dipinti: quello, omonimo, del Guercino (1620 circa) e quello di Nicolas Poussin (1640 circa). Si riferisce all’onnipotenza della morte, che irrompe persino in un luogo deputato alla felicità quale la pastorale Arcadia.

(3) “Vieni, o Bacco, con volto che ride getta un laccio/mortale intorno al cacciatore delle baccanti …”. Euripide, Le baccanti, vv. 1020-1021

Nessun commento:

Posta un commento