sabato 18 maggio 2013

Rudolf Jacobs, il tedesco che si fece partigiano


Il 3 Novembre 1944 il maggiore della Wermacht Klaus Erhardt, compagnia guastatori della 305^ divisione, assieme al proprio sottufficiale Strauss, si presenta alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana, presso l’albergo Laurina; in un tedesco scandito e apodittico intima al piantone di metterlo immediatamente in contatto con il Comandante del presidio: formazioni partigiane minacciano il nodo ferroviario della cittadina; si rende necessaria, quindi, una strategia di difesa tempestiva e comunemente concertata. Il milite, forse soggetto alla fascinazione del grado, socchiude il portone; sopraggiunge anche il vice comandante fascista; egli non ama i propri alleati: osserva alternativamente il proprio sottoposto e i due ufficiali germanici in tenuta verde oliva; un nervo dell’occhio, teso da un istinto animale, forse intona involontariamente le fattezze in un’interrogazione di sospetto; è il prodromo di un rifiuto? Il momento, quasi banale nella propria apparente normalità, cambia, però, natura e si anima fulmineo: Erhardt e Strauss, improvvisamente, spazzano l’aria con le raffiche roventi delle machinenpistole e forzano il blocco mentre i fascisti, feriti, urlano al tradimento rovinando nel proprio sangue ...
Il maggiore, in realtà, è il capitano della marina tedesca Rudolf Jacobs, Strauss il proprio attendente, l’austriaco Paul; entrambi erano passati nella formazione partigiana Ugo Muccini esattamente due mesi prima ed ora capeggiavano un manipolo di forze miste (italiani, tedeschi, russi, polacchi).
Il colpo di mano fallirà: Rudolf Jacobs troverà la morte, Paul rimarrà ferito (1).
Da allora la figura del tedesco partigiano subirà una damnatio memoriae di quasi venti anni; egli attrasse l'inevitabile silenzio dell’una e dell’altra parte poiché partecipava in egual misura all'onta dell’aguzzino e del traditore (in Germania era repertato come ‘disperso’). Solo nel 1957 la moglie seppe il modo in cui era morto.
Ora Rudolf Jacobs è medaglia d’argento al valor militare.
Nel 1985 la RAI girò un documentario, Tradimento (diretto da Ansano Giannarelli), in cui venivano ripercorse le vicende assieme al figlio, Rudolf junior; nel 1990 la città natale, Brema, gli dedicherà una mostra. Sarà però il regista Luigi Faccini (nativo di Lerici) a farne un personaggio centrale della Resistenza, prima con un libro, L’uomo che nacque morendo (del 2005), poi con il docu-film omonimo (2011), girato con l'ausilio di Marina Piperno.


Nella doppia ricostruzione, necessariamente romanzata, Faccini profonde lodevoli ricerche d’archivio, ipotesi, accenni, tentativi. Il torso del carattere di Jacobs viene finalmente sbozzato con più sicurezza, nonostante inevitabili lacune documentali che, tuttavia, hanno il pregio di accrescere l’aura leggendaria di una vita al limite. E la decisione di Jacobs, quella di farsi disertore e poi combattente contro la propria patria, esornata da una frase nobilissima (“Darei la mia vita pur di abbreviare di un solo minuto questa guerra insensata”), sembra, a prima vista, la risoluzione d’un animo democratico in cui il senso morale non viene taciuto dai giuramenti e dalla lealtà verso la propria nazione.
E forse è così.
Tale lettura risulta, però, inappagante. Nonostante il lavoro di Faccini, la sequenza di aneddoti risulta frammentaria come una serie di sparse diapositive d’una pellicola sconosciuta. La nostra sensibilità intuisce una sostanza più ampia, e ancora imperscrutata. Si sente il dovere, quindi, di ricostruire il fondale psicologico contro cui l’atto di Jacobs possa risaltare con più nettezza.
Tahar Ben Jelloun dirà: “Per capire la vita di un uomo, si deve inghiottire il mondo intero”. Diciotto secoli addietro Plotino l’aveva preceduto: “Ogni cosa è tutte le cose. Il sole è tutte le stelle, e ciascuna stella è tutte le stelle e il sole”. Un dio, insomma, potrebbe misurare e valutare tutte le minime variazioni di un cuore umano (poiché in lui è la conoscenza immediata delle anime di tutto il creato), ma, ai nostri occhi, anche l’azione più leggibile è rigata dall’ombra. Persino le nostre stesse decisioni a volte ci sorprendono, accese come sono da pulsioni che rimangono celate.
Per capire davvero il partigiano Jacobs dovremo, quindi, accontentarci solo di una povera illazione, questa: che il corpo profondo dell’anima germanica (Kultur) entrò, per dodici anni, in un conflitto immane e sotterraneo con l’anima democratica europea (Zivilisation) e che molti tedeschi, e tra questi il capitano della Kriegsmarine Rudolf Jacobs, lo risolsero in favore della libertà esercitando una violenza eroica contro la lealtà e l’onore del sangue che incombevano da un passato millenario.
Tali due metafore (Kultur e Zivilisation) si trovano delineate in uno scritto di Thomas Mann del 1918, Considerazioni di un impolitico. Non era ancora il Mann cantore europeo della democrazia, anzi; nel 1915 aveva licenziato Pensieri in guerra (Gedanken im Kriege) in cui berciava: “Guerra! La sentimmo come purificazione, liberazione e un’immensa speranza”. Le Considerazioni sono addirittura più oltranziste; egli enuncia, in breve: “La germanicità è cultura, anima, libertà, arte e non civilizzazione, società, diritto di voto, letteratura”. Questi due magneti possenti, Kultur e Zivilisation, attraggono il metallo di altri concetti: Kultur è terra, sangue, istinto, immediatezza, idee senza parole, ascesa, aristocrazia, totalità, altezza, forza; Zivilisation è politica, democrazia, chiacchiera, decadenza, mercantilismo, plebe intellettuale, frivolezza, ordinarietà. In seguito Thomas Mann si distaccherà nettamente da tale visione (anche in seguito alla rovinosa e umiliante sconfitta subita dalla Germania nella Grande Guerra); nel 1933, quattro anni dopo il Nobel, all’ascesa di Hitler, sceglierà l’esilio, accompagnato dalle opportune fanfare libertarie; che suonano ancor oggi.
Ma quello scritto, potentemente sincero, rivela ciò che agiva nei recessi dell’anima tedesca.
La Kultur era il cuore stesso del germanesimo, quell’impasto inestricabile di fatalismo e decisione  che si può persino scorgere nei radi componimenti della lirica pagana germanica sopravvissuta. Ma tale essenza, che, piaccia o no, volle incarnarsi storicamente nel nazismo, era minata proprio dalla civilizzazione, entrata, quale contravveleno, nel sangue antico del popolo. I tedeschi, in diversa misura, avvertirono oscuramente che la loro anima eterna, addolcita da millenni di convivenza civile con gli altri popoli europei, questa volta errava mostruosamente.
Solo tale cattiva coscienza può spiegare il gesto, ora forse in piena luce, di Jacobs; e quello di numerosi esiliati e resistenti interni (2); spiega, inoltre, la sconfitta inevitabile; e rende ragione del perché alcuni intellettuali eminenti che subirono il fascino del nazismo avvertissero i richiami del demone segreto del rimorso, tanto più forte quanto più sensibile era la personalità coinvolta: Carl Schmitt intrattenne relazioni epistolari con Jacob Taubes; Martin Heidegger amò Hannah Arendt, Gottfried Benn la poetessa Else Lasker-Schüler (che gli dedicherà questo bel distico: “E il tuo labbro che era uguale al mio/ora è puntato, cieco, come una freccia su di me”). Taubes, Arendt, Schüler, tre ebrei.
Quattro anni dopo la fine della guerra, sarà Borges a sintetizzare, in poche righe, tale conflitto interiore:
Essere nazisti … è, alla lunga, un’impossibilità mentale e morale … Nessuno, nella solitudine centrale del suo io, può desiderare che trionfi. Arrischio questa ipotesi: Hitler vuol essere sconfitto. Hitler, in modo cieco, collabora con gl’inevitabili eserciti che lo annienteranno, come gli avvoltoi di metallo e il drago (che non dovettero ignorare ch’erano mostri) collaboravano, misteriosamente, con Ercole”.
Ma la scelta del capitano Jacobs appare ancor più eroica poiché la rivolta non si limitò né alla fuga né al compromesso né all’omertà e fu agita in piena coscienza e nell’incertezza della vittoria. Si ribellò non solo al proprio tempo, ma al tempo infinito del popolo al quale apparteneva; da vero cittadino del mondo.
Morì e fu sepolto a Sarzana, dove anche un altro celebre esule, Guido Cavalcanti, consumò gli ultimi giorni (3), consunto dalle febbri malariche. E forse fu qui che il poeta, esiliato anche per ordine d'uno dei priori di Firenze, Dante Alighieri (il ‘primo amico’), compose la celeberrima Perch’i’ no spero, ripresa pure da Thomas Eliot.
Guido Cavalcanti, che sa di non tornare e di non rivedere i volti cari (4), congeda la semplice ballata (ballatetta, la chiama) e le ingiunge di andare, piana e leggera, alla sua donna per recare notizie di sé e del suo amore sincero.
Noi, 713 anni dopo, la facciamo nostra e la dedichiamo a Jacobs, che lasciò in patria moglie e figli, e non ebbe modo di spiegare la grandezza e il significato del suo gesto.

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’ a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ’l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.

Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’ valore.

Luigi Monardo Faccini, L’uomo che nacque morendo, Ippogrifo, 2005
Paolo Galantini, Ricordo del partigiano tedesco Rudolf Jacobs, in “La Resistenza nello Spezzino e nella Lunigiana”, Ed. I.S.R., 1973.
Andrea Ranieri, Il nazista che fece la Resistenza, “L’Unità”, 25 Aprile 2004
AA.vv. (a cura di Arnaldo Benini e Arno Schneider), Thomas Mann nella storia del suo tempo, Passigli, 2007
Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, 1997
Jorge Luis Borges, Annotazione al 23 Agosto 1944, in L’Aleph, Feltrinelli, 1989
Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo. La Resistenza in Germania, Il Mulino, 1994
Luigi Monardo Faccini, Rudolf Jacobs (DVD), Ippogrifo Liguria, 2011
Ansano Giannarelli, Tradimento, RAI, 1985 (Documentario)



(1) L’attendente di Rudolf Jacobs è una figura ancor più tragica. Fedele al proprio ufficiale (non voleva abbandonarne il cadavere ai fascisti), durante il conflitto riuscì a passare la linea e approdare nei territori liberati. Fu gettato in un campo di prigionia e trattato come nemico. Non se ne conosce il nome. Sarebbe bello se i posteri gli rendessero giustizia.
(2) Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo. La Resistenza in Germania, Il Mulino, 1994.
(3) In realtà morirà a Firenze pochi giorni dopo il rientro.
(4) Nello sceneggiato RAI Vita di Dante (1965), Luigi Vannucchi, che interpreta Guido, recita la poesia sul letto di morte, con una licenza poetica che approviamo in pieno.

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