giovedì 31 marzo 2016

La poesia del giovedì - Sujata Bhatt, Firenze

Il laboratorio di traduzione di poesia di Monteverdelegge dedica il suo quarto anno di attività alla poetessa anglo-indiana Sujata Bhatt, autrice di otto raccolte di poesia, impegnata anche nella traduzione (la cura di un’antologia di poetesse contemporanee indiane in inglese) e nella realizzazione di progetti educativi innovativi.

Firenze

Le inviò una cartolina da Firenze —
una veduta della città, una sua foto, in realtà —
scelta con cura. Non riuscì a evitarlo,
le parole gli vennero alle labbra,
e le disse ad alta voce mentre scriveva
per il mio amore, noli me tangere

Fu allora che lei decise di chiudere.
Dopo tutto, chi si credeva di essere?
E che voleva dire
con per il mio amore? Ti amo ma
lasciami andare per la mia strada — e tu, va’ per la tua.

Dopo, lui non riuscì mai a spiegarlo.
Le disse che era stato il profumo degli aranci
a confonderlo —
e che era stato distratto dai passeri.
Come era rimasto a guardare un maschio nutrire
i suoi piccoli, quei soffici, frementi esserini piumosi,
grassi e flosci, non ancora pronti a volare.
Erano così indifesi nel cortile
dove era seduto a scrivere — ma si sentiva più indifeso lui
quel giorno, e sentiva che il becco aperto di uno di loro
era la sua anima che voleva di più, qualcosa di più —
Poi, le disse che era stato il cielo
di notte, le stelle — costellazioni che voleva seguire
e quindi non aveva quasi chiuso occhio.
Era stata la luna, disse, a tenerlo sveglio
e confuso — E poi le mattine, il sole
sempre troppo forte — tutto il giorno —

Cominciava a sentire la mancanza delle nuvole, disse, di ombre più morbide —
Dopo, le disse che era stato un errore —
voleva dire: sposami, ti prego

Muta tutto il tempo, lei si limitava a sorridere —
calma e serena in viso.
C'era una strana dolcezza nell'aria —
pere ammaccate­­ – gigli spalancati alla finestra —
e sentivano il figlio del vicino
alle prese con il violoncello —
Cosa stava pensando lei?
Come sempre, lui non lo sapeva.

Allora, lei gli restituì le sue parole
        noli me tangere
in tono così dolce
come a voler dire il contrario —
e poi se ne andò.

Florence

He sent her a postcard from Florence
a view of the city, his own photograph, actually
chosen with care. He couldn't help it,
the words just came to his lips,
and he said them aloud as he wrote
for my love, noli me tangere

That's when she decided to end it.
After all, who did he think he was?
And what did he mean
by for my love? I love you, but
let me go my way and you, go yours.

Afterwards, he could never explain it.
He told her it was the scent of oranges
that had confused him
and he had been distracted by the sparrows.
How he had watched a male sparrow feed
his fledglings, those fluffy, quivering feathery beings,
fat and floppy, not at all ready to fly.
They were so helpless in the courtyard
where he sat writing but he felt more helpless
that day, and he felt one particular fledgling's open beak
was his own soul wanting more, something more
Then, he told her it was the sky
at night, the stars constellations he wanted to follow
and so he hardly closed his eyes.
It was the moon, he said, that kept him awake
and confused And then mornings, the sun
always too bright all day

He started to miss clouds, he said, softer shadows
Afterwards, he told her it was a mistake
he meant to say: marry me, please

Silent all this time, she merely smiled
such quietness and clarity in her face.
There was a strange sweetness in the air
bruised pears lilies gaping by the window
and they could hear the neighbour’s son
struggling with his cello
What was she thinking?
As always, he didn't know.

Then, she gave him back his words
            noli me tangere
spoken so softly
as if she meant the opposite
 and then she left.

da Poppies in Translation, Carcanet press, Manchester, 2015
  
( Il testo è riprodotto su gentile concessione dell’autrice)

mercoledì 30 marzo 2016



Cosa fa di noi degli uomini e delle donne? Quale ruolo giocano nella costruzione della nostra identità sessuale il temperamento, l’educazione e in generale gli stimoli ambientali?
Negli incontri che proponiamo cercheremo insieme ai partecipanti di rispondere a queste domande e di porcene di nuove, per cercare di riconoscere e per quanto possibile sradicare gli stereotipi di genere dei quali tutti siamo più o meno consapevolmente vittime.
- PRIMO INCONTRO: DONNE SENZA GONNE (6 aprile, 18,00)
Riflessioni al femminile: sessualità, corpo e piacere; intuito femminile e istinto materno; femmine contro donne
- SECONDO INCONTRO: IL NUOVO MASCHIO (13 aprile, ore 18,00)
Riflessioni al maschile: essere vittime o carnefici; la violenza sugli uomini; nuovi modelli di mascolinità e paternità
- TERZO INCONTRO: LE REGOLE DELL’ATTRAZIONE (27, ore 18,00)
L’identità sessuale: identità di genere; orientamento sessuale e persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali transessuali)

Gli incontri sono concepiti come tavoli di discussione e non come lezioni frontali. Si inizierà con la proiezione di immagini di fotografi, artisti o performer che serviranno da stimolo e spunto di riflessione iniziale. Successivamente la conversazione si focalizzerà sui temi specifici di ogni incontro, sempre accogliendo quanto emergerà dal dialogo coi partecipanti e rispondendo alle domande che gli stessi vorranno porre sugli argomenti in oggetto. A guidare "il percorso" saranno Viviana Gravano (storica e curatrice di Arte Contemporanea, docente presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli di Storia dell'Arte Contemporanea e Metodologia e Critica dell'Arte Contemporanea) e Francesco Ciuti (psicologo e psicoterapeuta).

Anteprima Nazionale del romanzo La Vita a Rovescio

Il 14 aprile, ore 18 PLAUTILA,  anteprima nazionale di "La Vita a Rovescio" (Giunti, 2016) il nuovo romanzo di Simona Baldelli. Non Mancate.

domenica 27 marzo 2016

Monteverde Legge augura a tutti una Buona Pasqua e vi ricorda che le attività di  Plautilla riprenderanno venerdì 1 aprile con MVL Cartoni.

mercoledì 16 marzo 2016

ATTENZIONE: la Notte Bianca della lettura organizzata dall' I.I.S. Federico Caffè si terrà il 21 aprile e non il 21 marzo. Ci scusiamo per l'errore.

lunedì 7 marzo 2016

mvl teatro: la rinascita di Dionysus al Teatro Vascello

Daniele Salvo Dionysus
Maria Cristina Reggio

Se  nel 2016 Dioniso, il dio nato due volte, potesse rinascere per una terza,  avrebbe forse le fattezze de Il Corvo - Brandon Lee, ovvero l'attore morto per un tragico errore mentre  interpretava sul set il personaggio di Eric Draven? Oppure il Joker nemico di Batman, tutto nero e con il volto dipinto di bianco?  Questa sembra essere l'ipotesi avanzata da Daniele Salvo nella sua regia  di Dionysus, lo spettacolo con cui il regista reinterpreta l'ultima opera di Euripide, Le Baccanti, al Teatro Vascello di Roma (fino al 13 marzo), con Manuela Kustermann nei panni di Agave, il personaggio-chiave che sconvolge la seconda parte della tragedia.  Una fantasmagoria video di fuochi divampanti e cupi cosmici cieli turbinosi fa  da sfondo alla riapparizione del nero Corvo-Dioniso nei panni dello stesso Daniele Salvo, avvampando nella magica e semplice perfezione del palco del teatro Vascello, spogliato di attrezzerie per l'occasione e che si mostra in tutta la sua dolcissima slabbrata nudità di mattoni dipinti di nero, dove la texture della vernice, ormai consunta, si porta dietro la storia del glorioso teatro di avanguardia.  Ma non c'è alcuna intenzione di volere fare un teatro di ricerca né di avanguardia nelle note di regia dell'attore-regista Daniele Salvo, animato piuttosto dall'assoluta  certezza di poter "partire da Euripide tornando ad Euripide".
 
Cosa significano allora questa partenza e ritorno programmatici? Di sicuro la volontà di utilizzare il testo così come è stato scritto, senza interventi di riscritture testuali di sorta, attraverso cui mettersi ipoteticamente anche  in competizione con l'autore che, scomparso da più di duemila anni, non potrebbe tuttavia nemmeno mostrare il suo disappunto. Infatti il regista inserisce  anche alcune registrazioni-citazioni recitate da voci acusmatiche, recitate in autentico greco euripideo, che tuttavia, proprio essendo gli orecchi della platea avvezzi a registratori e altoparlanti, non suscitano la commozione e lo sgomento sperati di fronte all'apparizione sonora del  deus ex machina, ma piuttosto il riconoscimento dell'effetto teatrale e la paziente ricerca, magari, di una traduzione con sovra-titoli.   Si potrebbe obiettare che ogni interpretazione teatrale è, a  suo modo, una forma di riscrittura, soprattutto quando il testo è tradotto da una lingua ormai morta da secoli: il tentativo di accostarsi al testo in maniera "filologicamente corretta" è destinato a rivelarsi comunque una forma di travestimento, che piaccia o no, e talvolta perfino risibile, di fronte al quale l'invenzione del semplice modern dress, già sperimentata dagli artisti  del rinascimento,  geniali ri-scrittori per antonomasia, sarebbe senz'altro più efficace e capace di avvicinarsi al pensiero degli spettatori di ogni tempo.
Ma, oggi, mettere in scena una tragedia greca come Le Baccanti può tradursi nel trascinare sul palco un'emotività violenta,  gridata  attraverso una recitazione espressionistica che non lascia mai spazio alla pausa, al  silenzio, all'immobilità e alla fermezza degli eroi  e del coro che li accompagna? Forse si, se si paragona una star del rock al dio dell'ebbrezza alcolica e dell'estasi erotica, attorniandolo di menadi parzialmente vestite con pelli lanose di capre e cornuti copricapi che danzano languide  coregrafie sensualeggianti. Si, se si assimila il tragico all'abusato perturbante come lo definiva Freud,  ovvero a un fenomeno o personaggio che a un primo impatto dovrebbe essere familiare, ma che poi  all'improvviso si rivela spaventoso, terrorizzante: così  il cavaliere oscuro  Joker che porta il male e il caos nella città di Gotham.  Però l'aggettivo perturbante, perfettamente attribuibile al caso della scintillante metafora cinematografica del Cavaliere Oscuro, se viene utilizzato in riferimento  al teatro tragico, sembra portare una forzatura semantica  che, se non è  supportata da una lettura più profonda e attenta,  non  aiuta la regia.  I filmati di metropoli che ricordano Gotham City, proiettati su fondale e monticello  a centro scena, stridono con i personaggi tipizzati che narrano la storia, come i lanosi Tiresia e Penteo che contornano il dionisiaco re delle forze ctonie e certo non aiutano nel faticoso compito di  condurre gli spettatori nelle pieghe di un testo arcaico, antico, di difficile comprensione come Le Baccanti, che celebra, di fronte a una platea occidentale contemporanea,  ormai annoiata dalla religiosità,   gli oscuri misteri religiosi di un dio, figlio del padre degli dei, Zeus e di una donna mortale, Semele, che ricorda tanto un altro Dio, molto più vicino e conosciuto, divino e umano nello stesso tempo.

sabato 5 marzo 2016

La favola della domenica - Ennio Flaiano, Quando i ladri presero la città

Questa favoletta fu pubblicata nel 1960.
56 anni fa.
Inutile dire che è molto attuale.
Ed è attuale non perché Flaiano fosse dotato di particolari doti profetiche.
No. È che gli Italiani del 2016 sono babbei quanto quelli del 1960.

* * * * *

Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d'artifizio.
La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del loro governo, riaffermarono il diritto di proprietà.
Questo rassicurò i proprietari più autorevoli.
Su tutti i muri scrissero: 'Il furto è una proprietà'. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa.
Poi si sparse la voce che i ladri rubavano.
Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno.
I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale.
Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. 
Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo.
Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l'aiuto di una grossa organizzazione.
E si capì che i ladri avevano quest'organizzazione. Una mattina, per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia.
Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città.
La stampa, dapprima timida, insorse: sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. 
Ma vissero sempre felici e contenti. 

Nota. I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l'hanno respinta cortesemente, dicendo che "non era adatta". Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola

venerdì 4 marzo 2016

La caverna delle mani


di G. Luca Chiovelli

Qui sopra le pitture rupestri dette della Caverna delle Mani (Cueva de Las Manos), in Patagonia (la parte che ricade nell'Argentina).
I dipinti (tali sono) datano a circa 10.000 anni fa. Alcuni sono stati ottenuti 'al negativo' ovvero spruzzando del colore (minerale) sulla mano in modo da lasciare una sagoma sulla parete. Le mani sono mani sinistre e appartengono, probabilmente, a uno o più adolescenti.
Ignoravo questa meravigliosa manifestazione dell'animo umano antico.
L'ho scoperta per caso.
Da qualche giorno sto leggendo con piacere (e una punta di disperazione) un libro di Jean Raspail, I nomadi del mare.
Il libro è fuori catalogo (logico che lo sia), così come l'altro suo grande testo distopico, Il campo dei santi (1973), in cui viene preconizzata la fine dell'Europa a causa di un'ondata migratoria inarrestabile.
I nomadi del mare è un romanzo-saggio sugli Alacaluf, un popolo nomade che oggi non esiste più, e che - come gli adolescenti della Cavernna delle Mani - abitava le terre patagoniche (cilene), protese verso i ghiacci del Polo Sud. Gli Alacaluf (il loro nome indigeno era Kaweskar, gli Uomini) si estinsero a partire da un incontro fatale: quello con le golette di Magellano (1520), in rotta per le Indie traverso la Terra del Fuoco. A contatto con le malattie fisiche e morali degli europei (l'imposizione di dei sconosciuti, l'alcolismo, il vaiolo, la repressione) la cultura paleolitica dei Kaweskar si sbriciolò lentamente.
Scrive Raspail:

"A Puerto Eden morivano gli ultimi resti dei clan Alacaluf. Non morivano di fame ... si spegnevano di disperazione, uno dopo l'altro, nella lunga notte della loro memoria. I morti non venivano sostituiti. Non mettevano più al mondo bambini perché si sapevano condannati. Erano consci che nel mondo dei vivi non c'era più posto per loro ...".

Il crollo demografico è sempre indice di decadenza, mai di progresso. Anche tale popolo, che non aveva parole per indicare la felicità e la bellezza, morì quando il proprio modo di vita, le usanze, la lingua, le comuni paure, persino le consuetudini più aspre e che rendevano l'esistenza fragile e pericolosa, vennero a mancare.
Il loro era un vivere sì pericoloso, ma dotato di senso.
Essere se stessi: ecco il cuore del problema. Essere se stessi, a dispetto di una morale altra, a costo dello scandalo, ecco la felicità. È un mio sospetto: i Kaweskar non avevano parole per la felicità e la bellezza solo perché la loro esistenza ne era già impregnata, nonostante le durezze della sopravvivenza.
Raspail rimarrà ossessionato da un'immagine terribile, risalente al 1951. Ecco un estratto dall'introduzione:

"... durante un viaggio nella Terra del Fuoco, attraversando lo Stretto di Magellano, vidi, per non più di un'ora, nel vento e sotto la neve, una delle ultime imbarcazioni degli Alacaluf. La scena era identica a quella descritta da altri viaggiatori: Byron, Bouganville, Dumont d'Urville, l'ammiraglio Barthes e ... José Emperaire. Non la dimenticherò mai. Mi ha ossessionato ... finalmente questa volta la esorcizzo dandole, spero, la sua vera dimensione, sulla misura dell'eternità in cui riposa ormai questo popolo. Questo incontro all'incrocio dei tempi è la base del mio libro: un po' di braci in mezzo alla barca per far rinascere il fuoco, due donne coperte di stracci, un bambino triste, tre rematori con uno sguardo da altro mondo ...".

In tal modo i Kaweskar ebbero un minuscolo risarcimento alla propria distruzione: il cantore del loro ultimo uomo, il poeta dell'ultima scintilla di vita di una comunità.
Non è poco.
Quanti popoli scomparsi o annientati possono vantare un loro Omero?

martedì 1 marzo 2016

Bruciando i miei libri (tra olivi e bestemmie)


G. Luca Chiovelli

Febbraio, marzo ... gli olivi. Tempo di potature; e di concimi.
Invecchio, eppure questi mesi dell'anno mi son sempre cari. Arrivo la sera, apro la casa di campagna, chiusa da mesi. Il fiato si vaporizza: l'interno è gelido, ma va bene così
Scarico i quattro stracci di bagaglio. Lo sistemo, mi lavo.
Esco di nuovo: nell'aria crepuscolare annuso l'odore lieve e millenario della legna bruciata.
Passo nel magazzino. Anche qui odori: gli afrori grassi e dolci della raccolta precedente. Di olive passate, di terra. Preparo la scala, gli attrezzi da poto, secchi da misurazione, un'accetta, un forcone; un accendino e miscela di risulta per il rogo delle frasche.
La mattina arrivo presto sul campo. Un bel solicello. Lavoro a gruppi di due ore. Due ore. Cinque minuti di riposo. Due ore e cinque minuti. Verso le undici, però, come al solito, sopravviene la crisi.
Da soli, senza un'anima a cui parlare, i pensieri della vita sovrastano la volontà.
"Ma chi me lo fa fare?" mi dico. La stanchezza induce alla depressione nera. La crisi la riconosco. È come un fugace, ma violento attacco di bile nera. Ti prende voglia di mollare e mandare il mondo al diavolo. Lo so, è così. Poi ci si calma; la forza rifluisce lenta nel corpo. Ancora sulla scala, e si riprende a segare, a tagliare e a bestemmiare. Si arriva di conserva sino all'una, pausa per il pranzo. E poi ancora e ancora; dalle due in poi la strada è in discesa: ti prende addirittura la voglia di restare.
Ma si bestemmia, questo sì, dal primo all'ultimo minuto.
La bestemmia, inutile negarlo, è parte fondamentale del mio lavoro campagnolo.
Senza bestemmia non si potano olivi.
La bestemmia va di pari passo con gli imprevisti: la scala che scivola, un ramo che non cede, il piede che inciampa nelle buche scavate dai cinghiali, le foglie che entrano negli occhi.