lunedì 30 novembre 2015

Senza commenti? Una foto a doppio taglio


Oggi il filosofo Michel Onfray ha twittato la foto sovrastante; ragazzetti e ragazzette che smanettano con gli smartphone ignorando La ronda di notte di Rembrandt a pochi metri da loro.
La didascalia al tweet: "Sans commentaire". Come a dire: desolante.
La foto non è recente: comparve circa un anno fa su questo sito:


C'è chi fa notare, giustamente, che forse i ragazzetti stanno consultando una applicazione per smartphone che illustra proprio il capolavoro di Rembrandt.
Desolante o no? Declino dell'Occidente?
A cosa credere?


sabato 28 novembre 2015

La poesia della domenica - Iacopone da Todi, Donna de Paradiso

Una composizione interamente dialogata, matrice della futura lauda drammatica in volgare.
La scena è ambientata sul Golgota: Cristo è sulla croce, agonizzante, la Madonna piangente ai suoi piedi; altri attori sono il popolo, che inneggia al martirio, e Giovanni Evangelista (sullo sfondo la Maddalena, Pilato, Giuda).
Il dialogo fra la madre e il figlio, in un volgare colloquiale e familiare, è una delle creazioni più potenti e toccanti della letteratura religiosa di tutti i tempi. 

Figlio, occhi giocondi,
figlio, co' non respondi ?
figlio, perché t'ascondi
dal petto o' se' lattato?

si lamenta la Madonna, come una madre. E il Figlio (che, per tre volte, la chiama 'mamma'), semplicemente un uomo che soffre, le intima di non preoccuparsi, e di affidarsi alle cure di Giovanni:

Mamma, o' sei venuta ?
mortal me dài feruta,
ché 'l tuo pianger me stuta
....
Mamma col core affetto,
entro a le man te metto
de Joanne, mio eletto 
...
Joanne, esta mia mate
tollela en caritate
aggine pietate
ca lo core ha forato.

La concitata disperazione della madre, la solitudine di fronte alla morte, la rassegnazione che si scioglie, infine, nella speranza: mai fu rappresentato con più vivezza e popolare spontaneità il nucleo fondante del Cristianesimo delle origini. 

* * * * *

Nunzio:
Donna del paradiso,
lo tuo figliolo è priso,
Jesu Cristo beato.
Accurre, donna, e vide
che la gente l'allide !
credo che 'llo s'occide,
tanto l'on flagellato.

Madonna:
Como esser porrìa
che non fece mai follia,
Cristo, la speme mia,
om' l'avesse pigliato ?

Nunzio:
Madonna, egli è traduto,
Juda sì l'ha venduto
trenta denar n'ha 'vuto,
fatto n'ha gran mercato.

Madonna:
Succurri, Magdalena,
gionta m'è adosso piena !
Cristo figlio se mena,
como m'è annunziato.

Nunzio:
Succurri, Donna, aiuta !
ch'al tuo figlio se sputa
e la gente lo muta,
hanlo dato a Pilato.

Madonna:
O Pilato, non fare
lo figlio mio tormentare,
ch'io te posso mostrare
como a torto è accusato.

Popolo:
Crucifige, crucifige !
Omo che se fa rege,
secondo nostra lege,
contradice al senato.

sabato 21 novembre 2015

Le poesie della domenica - W.Shakespeare/P.B. Shelley, La Regina Mab

La figura della Regina Mab appare per la prima volta in Giulietta e Romeo (atto I, scena IV). Essa spiega Shakespeare molto più d’un Amleto o d’un Riccardo III.
E spiega la vera fascinazione dei suoi versi.
Shakespeare fu un analista eccezionale del potere e dei suoi meccanismi; la formidabile padronanza della terminologia giuridica e diplomatica testimonia in lui il rango altissimo dello storico. Ma questo magistero (che si ritrova anche nei sonetti) non basta a esaurirlo. In tal caso, infatti, Shakespeare rileverebbe come artista pari a John Donne, ad esempio, o ai barocchi spagnoli. In lui avvertiamo altro: come l’agitarsi d’una forza occulta.
Ogni personaggio delle tragedie shakespeariane, infatti, si muove, uccide, parla e decade agito da una potenza oscura, assolutamente irrazionale (nonostante i loro gesti siano considerati razionali, e cristallini, a un esame superficiale, politico). E tale fondo insondabile non è psicologico, e men che meno individuale, bensì mitico: è il retaggio pagano, precristiano, germanico, che opera celato dietro l'umano trapestio della temporalità; è la matrice limacciosa dell’Inghilterra, quando l’Inghilterra non era ancora tale. In questo mondo primitivo è ancora la magia a vigere, così come il presagio, la credenza sovrannaturale, il sogno premonitore – tutte emanazioni di un Destino implacabile superiore a qualsiasi eroe, o deità. Macbeth, ad esempio, è un uomo divorato dall’ambizione, e Shakespeare lo mostra nella sua scalata al potere supremo, a qualsiasi prezzo (questo il lato ‘politico’, in piena luce); e però tale ascesa è spinta non dall’avidità individuale, ma dalle tre fatidiche sorelle (Weird Sisters), le preveggenti; e le tre streghe, sputate dalle profondità ancestrali d’un Inghilterra remota e brutale, appartengono a regioni in cui la nozione di causa ed effetto non vale. Lì sono la maledizione, la dannazione, il sortilegio a vantare realtà; o una visione fantasmatica (lo spettro di Banquo); o un sogno ingannatore; è quel recesso a imporre la sua legge all’uomo e non viceversa; alla fine Macbeth sarà costretto ad ammettere ch’egli stesso è un nulla, un guitto diretto da burattinai beffardi, uno sbuffo di fumo; e invece ciò che appariva quale fuggevole visione (le Weird Sisters) sono l’autentica radice del reale, i fenomeni di quel Destino inesplicabile (Wyrd) a cui necessariamente soggiace l’umanità.
E così è per Giulietta e Romeo. Alla luce è una storia d’amore, purissima; ma tale alone caldo e splendido è attorniato da un oceano d’ombre; e la Regina Mab nuota in tale oscurità. Ed ecco che vien meno la razionalità: Romeo è assillato da un sogno, da un presagio; chiede conforto a Mercuzio e questi, pur nel tentativo di recargli conforto, non può che evocare sinistramente - confermandolo - quel mondo superstizioso, gelido e obliquo, umido d’un folclore barbarico, in cui il male germina senza motivo, maligno e irridente come il convoglio dispettoso e folle di Mab.
Un dio inconoscibile e onnipotente attende alle vite di Macbeth e Romeo e Giulietta come alle nostre; egli si manifesta nelle visioni e nei sogni, che sono reali; siamo noi (e Macbeth, Giulietta e Romeo) a essere nulla, un veloce delirio, una battuta dimenticata su di un palcoscenico che non esiste più.

ROMEO. Ho fatto un sogno, stanotte.

MERCUZIO. Anch’io ho sognato.

ROMEO.E che hai sognato?

MERCUZIO. Che spesso i sognatori mentono.

sabato 14 novembre 2015

La poesia della domenica - Dusan Vasiljev, Un uomo canta dopo la guerra

Un nostro nemico, antico di un secolo.
Dusan Vasiljevic (1900-1924) nacque in Serbia, nella regione del Banato, allora parte dell'Impero d'Austria e Ungheria. Nel 1918, a guerra perduta, quando i ragazzi tornano buoni per fornire carne da cannone, fu chiamato alle armi; servì lungo la linea del Piave, contro l'esercito italiano.
La discesa infernale nelle tempeste d'acciaio ne mutò inevitabilmente e profondamente l'animo, dapprima imbevuto d'un focoso interventismo.
La seguente lirica è, quindi, il resoconto di tale disillusione: in un tono lieve eppur definitivo egli proclama: m'importa poco dell'onore e della vergogna e delle voglie borghesi, datemi aria e rugiada e latte: questo sarà il mio bastevole bottino.
Dai tempi d'Archiloco (che preferiva gettar via lo scudo - onta suprema - e fuggire verso le gioie minute della vita) tutti i sopravvissuti si rassomigliano:

Qualcuno dei Sai si fa bello del mio scudo, arma perfetta,
che io abbandonai a malincuore presso un cespuglio;
però mi sono salvato. Che m'importa dello scudo?
Al diavolo: me ne procurerò un altro, e anche meglio.

L'alito della morte ingenera quasi sempre un registro fra beffardo e testamentario. Si ride del pericolo scampato, dell'onore idiota, delle ridicole vanaglorie, ma si è oramai diversi fra gli uomini, né vivi né morti (Nè vivi né morti è, infatti, il titolo d'un bel libro di Fidia Gambetti, reduce dell'Armir, nella Seconda Guerra).
Da tale punto di vista Vasiljev è affine ai coevi lirici tedeschi dell'espressionismo, molti dei quali conobbero trincee e persecuzioni e, come per maledizione d'un dio laido e cruento, ebbero esistenze brevi e travagliate. Basta leggere questo estratto dalla Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner: "Presi in blocco, i lirici dell'espressionismo ci sembrano oggi non tanto poeti precocemente maturi, quanto poeti indubbiamente precoci, a molti dei quali il destino, in particolare la guerra, non permise di raggiungere la maturità. Kurt Pinthus, editore della famosa antologia Menschheitsdämmerung. Symphonie jüngster Dichtung [Tramonto dell'umanità. Sinfonia della più recente poesia] del 1919, dovette constatare, nel 1922, che dei ventitré poeti da lui inclusi nel suo volume sette non erano più in vita".
Non rimangono che due cose da dire. La prima: sappiamo molto poco - almeno in Italia - di tale panorama lirico a cavallo della Prima Guerra: a parte Trakl, le figure Stramm, Klemm, Heynicke, Rubiner, Heym, Stadler, Lasker-Schüler, Becher (e Werfel, come poeta) sono poco o nulla indagate; per tacere dell'area serbocroata, russa et cetera. Rimedieremo?
La seconda: Vasiljev è un nobile poeta che depreca la guerra, ma senza la guerra sarebbe esistito il poeta Dusan Vasiljev? 
Questa la micidiale contraddizione.
Impossibile uscirne. La pace perpetua uccide l'arte; l'arte nasce dal sangue e dalla sofferenza, o da una grande tradizione nazionale che di sangue e sofferenza è già stata avida.
Tutti scelgono la pace, eppure se viene a mancare il sentire ultimo e profondo che l'arte evoca ci si strugge in un lento declino, crasso e autodistruttivo. Privi dell'arte si diviene cinici e torpidi, stupidi e assassini; una cultura può spegnersi in tale neghittosità.
E c'è una salvezza, certo, ma è la guerra. 


Col sangue alle ginocchia ho camminato
e sogni non ho più.
Mia sorella si è venduta
e la bianca chioma a mia madre hanno tagliato.
E in questo torbido mare di lussuria e melma
io non chiedo un bottino:
oh, io di aria ho sete! E di latte!
E di bianca rugiada del mattino!

Col sangue alle ginocchia io ridevo,
e non chiedevo: perché?
Nemico giurato mio fratello chiamavo,
ed esultando nel buio all’attacco mi scagliavo,
quando al diavolo va Dio, e l’uomo, e la trincea!
Ma oggi osservo tranquillo il lebbroso bottegaio
che abbraccia la mia donna amata,
e il tetto dalla testa via mi strappa;
e volontà non ho – o forza – di vendetta.

Fino a ieri io docile la testa chinavo
e la vergogna con rabbia baciavo.
E fino a ieri la vera sorte mia non conoscevo –
ma oggi la conosco!

Oh, ma io sono un Uomo! Un Uomo!
Non mi duole di aver camminato col sangue alle ginocchia
e di essere sopravvissuto ai rossi anni di macello,
per questa sacra consapevolezza
che mi ha portato la rovina.

E io non chiedo un bottino:
oh, datemi solo ancora un pugno d’aria
e un po’ di bianca rugiada del mattino –
il resto a voi, alla salute!

Traduzione di Alice Parmeggiani

sabato 7 novembre 2015

La poesia della domenica - Ernst Jünger, Ti saluto, incantatrice ...

Questa non è una poesia, ma la parte iniziale di una prosa (adeguatamente troncata per simulare il verso) di Ernst Jünger, Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna (del 1930).
Lo stralcio possiede, della poesia, il respiro e la forza; lo scrittore tedesco ha il potere, infatti, di ricreare, con parole ordinarie, e per di più su un tema già ampiamente suonato da tutti i lirici di ogni tempo, la meraviglia arcaica dell'uomo di fronte al firmamento (non rinunciando, al contempo, a moderne notazioni espressioniste: città formicaio, uomini crisalide; cfr. il post su Georg Heym).
Una prova ulteriore che non sono mai le parole a sfiorire, ma solo l'anima di chi le evoca.


Ti saluto, incantatrice e amica degli incantatori!
Amica dei solitari, amica degli eroi, amica degli amanti!
Amica dei buoni e dei malvagi.
Complice dei misteri notturni,
dimmi: dove c'è complicità non c'è forse già qualcosa
che va al di là del semplice 'sapere'?
Ricordo bene le ore in cui il tuo volto appariva,
grande e terribile, alla finestra.
La tua luce cadeva nella stanza come quella spada
che, appena sguainata, paralizza spettrale ogni movimento.
Quando ti levi sulle vaste pietraie
ci vedi intorpiditi nel sonno, stretti gli uni agli altri,
cerei in volto, simili alle infinite crisalidi bianche
sopite negli angoli e nei cunicoli di città formicaio
mentre il vento notturno vaga per le grandi foreste di abeti,
Non siamo per te come creature sperdute
negli abissi marini,
e ancora più remote di esse?

Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, da Foglie e pietre, 1997 (traduzione di Francesco Cuniberto)

mercoledì 4 novembre 2015

Coraggio, ancora pochi mesi e pure Dante ce lo siamo tolto dai piedi

G. Luca Chiovelli

Dante Alighieri, nacque sotto il segno dei Gemelli:

"... io vidi ’l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
O glorïose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
con voi nasceva ..." (1)

probabilmente nel 1265, a cavallo fra maggio e giugno.
Nell'anno 2015, quindi, ricorre(va) il 750esimo anniversario della sua nascita.
Qualcuno se n'è accorto?
Tanto per dire.
Tale momento epocale (pensate: c'erano voluti 750 anni per celebrarlo) è passato, per usare un eufemismo, sotto una discreta coltre di silenzio.
Certo, non era nato sotto i migliori auspici: a maggio, infatti, s'era iniziata la commemorazione, in Senato, con un messaggio del Pontefice gesuita Francesco I, il saluto delle massime cariche istituzionali e una lettura del Paradiso da parte di Roberto Benigni.
Come dire: il saluto del Capo di una potenza straniera, in un'aula prossima alla smobilitazione istituzionale e la lettura del Paradiso eseguita da un tizio che, dopo aver scassato i cabbasisi per un decennio con "la Costituzione più bella del mondo", si guarda bene dal far motto una volta che questa è stravolta e annientata (e, se tanto mi dà tanto, figuriamoci cosa gliene impipa di Dante e del Paradiso).
I capoccioni hanno naturalmente attivato una serie di iniziative accademiche e diplomatiche (coinvolti gli istituti per la cultura italiana all'estero), eppure di tutto questo formalissimo indaffararsi cosa è trapelato nell'opinione pubblica?
Niente.
E perché?
Primo: perché a tutti i capoccioni nazionali di Dante e dell'Italia importa poco o zero. Sono dei traditori della Patria, satolli e ignoranti.
Secondo: perché l'attuale Spirito dei Tempi, l'edonismo economico, turistico e usuraio, ridanciano e irresponsabile, ha due soli nemici: il passato e la bellezza. Dante li riunisce entrambi e quindi deve finire nella Gehenna della dimenticanza.
Il passato è passato: Petrarca, Dante, Tasso, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, tutto ciò che costituisce la bellezza diuturna, tutto ciò che forma l'Italia, tutto ciò che, secondo un memorabile verso di Percy Shelley:

"dà grazia e verità al sogno inquieto della vita" (2)

dev'essere essere ignorato; se possibile, seppur con cautela, dev'essere distrutto.
Non stupisce allora che l'anniversario di Dante sia stato liquidato da convenzionali adempimenti istituzionali.
Un modo perfetto di autoassolversi, crearsi un alibi, e dedicarsi al proprio passatempo favorito: fare i nababbi.
Coraggio, fra un po' è Capodanno (2016!) e di Dante non correremo più il rischio di sentir parlare.
Almeno sino al 2021, 700esimo anno dalla sua morte.
Tranquilli, però, per quella data sono sicuro che ci saremo pur inventati qualcosa capace di liberarci dall'ennesimo, molesto, anniversario.

(1) Paradiso, XXII, 110-115
(2) P. B. Shelley, Inno alla Bellezza Intellettuale

lunedì 2 novembre 2015

“Il Prezzo” di Arthur Miller sui palchi del Teatro Argentina

Elvira Sessa
Torna sulle scene italiane “Il Prezzo” di Arthur Miller, opera che debuttò nel nostro Paese nel lontano 1969, ora pubblicata nella sua prima edizione italiana per la Einaudi con la traduzione di Masolino D'Amico.
La pièce, interpretata dalla Compagnia Orsini per la regia di Massimo Popolizio, traccia il quadro di un'America post-crisi del '29, espressione delle incertezze e delle aspirazioni del nostro tempo.
Il sipario si apre su una pila di mobili accatastati alla rinfusa, in cui si distingue una poltrona tappezzata con fiori rossi, un’arpa, un tavolo di legno massiccio in verticale. Appartenevano ad un uomo morto da più di dieci anni, ora devono essere stimati da un perito e venduti, in fretta, dai suoi due figli, Victor e Walter, perché si trovano in un edificio che deve essere demolito.
Sarà la trattativa sul “prezzo” al quale liquidarli a fare emergere a poco a poco i “valori” dei quattro personaggi dell’opera, Victor, Esther, Walter e Solomon.
I protagonisti, che si muovono in una scenografia domestica ridotta all'essenziale (un lavandino, delle sedie, una poltrona, una scala che porta ad un pianerottolo ed una porta che immette in un'altra stanza), sono tutti tratteggiati con grande efficacia dagli interpreti e dal regista.
Victor (un eccellente Massimo Popolizio, che assomma i ruoli di attore e regista) è un poliziotto di mezza età prossimo alla pensione, con più dubbi che certezze, dal tono di voce medio, il passo dinoccolato, testa china, occhi bassi, un po’ di pancetta.
Contraltare di Victor è Esther (una focosa Alvia Reale), moglie dispotica ed esasperata per la vita mediocre che le fa condurre. Sin dalla prima scena, Esther irrompe con il passo deciso, sbraitando e battendo i tacchi, sfoggiando un abito arancione sgargiante, l’abito nuovo, segno del desiderio di una svolta sociale ed economica che tarda ad arrivare: “l’unica cosa che conta è il denaro” dirà più volte, sprezzante, al marito che annuisce a testa bassa. La pensa come lei l’ebreo Solomon (un carismatico Umberto Orsini), antiquario novantenne chiamato da Victor a stimare i beni del padre. Solomon si presenta al pubblico con un soprabito usurato e una busta di plastica con cibarie varie, è arguto, pungente, ironico e si muove con agilità tra i mobili usati, con i quali mostra di avere molta confidenza e distacco professionale, come chiarisce subito a Victor: “con i mobili usati non si può essere sentimentali”.
Quando ormai questi tre personaggi sembrano cristallizzati nei loro ruoli e Victor sta per definire la vendita dei mobili con l'antiquario, irrompe Walter (un impetuoso Elia Schilton), con un colpo di scena che dà una svolta inattesa agli eventi.
Walter viene ritratto come l'arrivista spregiudicato, l’uomo del “sogno americano”, il prepotente che si è fatto da sé recidendo ogni radice e ogni legame affettivo: meno dotato negli studi del fratello, si è lanciato nella scalata per il successo, divenendo un chirurgo primario di tutto rispetto che vede più interessante fare quattrini con gli anziani, divenendo proprietario di tre case di riposo, che accudire il vecchio genitore. Cinico, impeccabile, perfetto, ben ritratto dagli occhiali squadrati con una spessa montatura nera che ne rimarcano la spigolosità del carattere, la giacca nera stretta in vita e lo sguardo torvo e diffidente, calca i passi sulla scena sentendosi una divinità in persona, imponente e pieno di sé. Ripiomba nella vita di Victor, dopo un silenzio decennale, per esprimere un parere sul “prezzo” dei mobili paterni e lo fa per il semplice gusto di esercitare ancora una volta il suo potere sul fratello e ridicolizzarlo per il suo “spirito di apostolica abnegazione”, come lascia intendere la frase che, sprezzante, dice a Solomon, dopo aver saputo a quali svantaggiose condizioni Victor stava vendendo i mobili: “Ruba ai ciechi, tanto loro non se ne accorgono”.
Walter rinuncia subito alla sua eredità su quei beni, privi come sono, ai suoi occhi, di qualunque interesse, come evidenzia la scena, emblematica, in cui Victor recupera entusiasta un vecchio remo di legno, ricordo dell'adolescenza del fratello, per salvarlo dalla vendita e Walter lo rifiuta, con una smorfia di sufficienza, così fotografando due opposte concezioni della vita: per Victor fondata sui “valori”, per Walter sui “prezzi”.
E così, tra i due fratelli, si susseguono feroci duelli verbali di sciabola e fioretto, in un gioco al massacro che travolge il pubblico in un vortice di rivelazioni, menzogne, momenti di ilarità, mentre aleggia l'imminente distruzione dell'edificio, sottolineata dall'incalzare di sinistri boati fuoricampo e dall'affievolirsi delle luci sulla scena.
"Il Prezzo" replica al teatro Argentina fino all' 8 novembre, va poi in tournée nelle maggiori città italiane

Eduardo De Filippo, Pier Paolo


Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la «spalliera» di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la «spalliera»,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la «spalliera»
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.