martedì 7 aprile 2015

Strage allo Strega. Una fantasticheria

Alceste

“Il romanzo di Elena Ferrante [La figlia oscura] è strepitoso. Lo so che non si comincia mai una descrizione da un commento, meno che mai enfatico, lo insegnavano a scuola: si spiega com’è fatto l’oggetto, poi chi legge gli aggettivi li trova da solo. Se gli piace, se non gli piace e perché. Però per una volta, per questa volta, mi sembra che per orientarsi nella sterminata galleria di titoli in uscita serva un dito che indichi senza paura: quello, fidatevi. La figlia oscura è un libro delicatissimo e sfacciato, preciso ed evanescente: fa male come un taglio, cura come  un balsamo. È un pensiero che bussa senza trovare posto, va via, torna, bussa ancora, entra infine, si accomoda in quell’angolo buio in fondo alla stanza e lì resta fermo a guardarti, Come avrà fatto Elena Ferrante a scoprire il segreto? Lo sapeva già da subito, lo  ha cercato per anni? Come ha fatto a restituirlo in una forma narrativa cosi limpida? È così facile dunque, basta davvero scostare la tende per trovarlo?”

Avevo appena scorso le ultime righe della recensione di Concita De Gregorio (titolo: Madre di bambola); una spossatezza improvvisa mi colse e presto passai dal dormiveglia degregoriano a una letargia piombigna. Ancora sotto l’effetto di quelle scempiaggini, il cervello fu rapito da un’insana fantasticheria. Un sogno; abbastanza nitido, ma dalle tipiche correlazioni sospese: come spesso accade in quelle impalpabili visioni, il rapporto di causa ed effetto svaniva per ospitare una logica degli avvenimenti che, relativamente alla visione onirica stessa, appariva ferrea e indiscutibile, ma che, rispetto alla realtà del quotidiano, vantava lo status irrimediabile della follia.

Un sogno. Mi trovavo al consesso del Premio Strega. Centinaia di invitati. La crema della crema del giornalismo, della letteratura e della critica italiane. Ero vestito con un mimetica nera, M16 a tracolla, Beretta 92 alla cintola. Tutti mi trovavano rassicurante. Conversavo con un paio di elementi della Blackwater (in smoking impeccabile, però) che mi assicurarono, sul loro onore, che le uscite di sicurezza erano presidiate come d’accordo. “Le avete lasciate socchiuse?” aggiunsi, con aria da cospiratore. Uno di loro se la rise sotto i baffi: “Ovvio!”. “E chi avete lasciato fuori?”. “I ceceni”, risposero. “Louis è in posizione?” mi premurai di ricordargli. “Tutto a posto. Si può cominciare”. “Va bene” sospirai, ma ero d’animo allegro: una placida euforia s'era impadronita del mio animo. Essa derivava da una doppia consapevolezza: quella di chi sa che sta compiendo un dovere con impeccabile piglio professionale e di chi sa che tale dovere - quasi metafisico - è svolto per il bene della nazione tutta (Dio lo vuole; e l’Italia pure).

“Ora!” scandii: non molto forte, ma chi doveva intendere - irresistibilmente - intese.

Furono gettate alcune granate stordenti. L’effetto fu micidiale. Non mi sarei mai aspettato una tale reazione. Certo, si trattava pur sempre dei frequentatori dello Strega, una marmaglia infrollita dalla cattiva letteratura, dalle tartine, dall’ipocrisia, dalle raccomandazioni, dalla corruzione e dalla menzogna più abietta, ma - lo ripeto - l’effetto fu sconvolgente; anche per me, che ero pur abituato, da più di trent’anni, seppur de relato, a quel mondo di vili bassezze e prosa mediocrissima.

Un branco di mucche all’ultimo stadio della Creutzfeldt-Jakob avrebbe avuto più decoro nella fuga. Tutti si gettarono verso le uscite di sicurezza (anzi verso tutto ciò che assomigliava a un pertugio) che i miei complici, come detto, avevano lasciato dolosamente, e maliziosamente, semiaperte. Nello stampede critico-letterario caddero subito tutte le gerarchie della convenienza sociale: parecchie signore inciamparono nei tacchi dodici e furono schiacciate senza ritegno da un’ondata di recensori compiacenti (ma non quel giorno); scrittori che estendevano racconti cannibali urlavano come donnette; donnette che biascicavano compulsivamente di femminismo piantavano le unghie nelle loro portatrici di parità di genere pur di salvarsi; uno scrittorucolo intravisto a Monteverde, uno sempre all’opposizione, ma per finta, coi capelli elettrici, bestemmiava come uno scaricatore ai Generali di Guidonia; un altro gaglioffo, che di solito sermoneggiava su uno dei maggiori periodici italioti era, invece, rimasto inchiodato sul posto: probabilmente s’era cacato nelle mutande.

Poiché un buon lavoro va sempre unito al divertimento (laonde concrescere a più alti esiti) cominciammo a sparare (a colpo singolo): la canea ne fu aizzata a zenit di ridicolo che entusiasmarono sino alle lacrime i miei sodali: i paraletterati andavano giù come birilli, senza distinzioni di sesso e stile; io stesso ne spacciai una mezza dozzina: non sono sicuro, ma fra le mie vittime (diciamo così) v’era forse uno dei candidati alla vittoria finale, un meridionale, giovane contorsionista del periodare. Un colpo alla base del collo gli fu fatale. “Sic transit gloria immundi”, commentai (nel sogno), da vero sbarazzino criminale. Una risata da iena echeggiò alle mie spalle: uno dei carnefici (Louis?), che non avevo mai visto prima, con un vistoso e incongruo copricapo della Légion Étrangère, faceva fuoco a due mani, sbavando di contentezza: “Gloria immundi, gloria immundi”, ripeteva; gli vidi abbattere non meno di quindici capi di bestiame (letterario), fra cui, ahi, uno dei patroni della kermesse, nonché (con mio sommo gusto) l’autrice di tali immortali parole: “Quando lui è entrato in me ho sentito tutti i muscoli cedere di piacere, e non solo quelli che tengono insieme ili mio corpo ... ma più invisibili lacci di cui non sapevo l'esistenza ... un nodo che finalmente cedeva e liberava tutto, la realtà la mente i pensieri. E loro, loro tutti, in un attimo sono usciti via dalla testa e hanno preso a ruotare intorno come stelle e costellazioni”.

Intanto, fra urla belluine, spintoni, scivolamenti, invocazioni, latrati, una parte del gallinaio era riuscito a varcare le soglie della salvezza; questo nella loro considerazione. Non passarono, infatti, che pochi secondi allorché i ceceni (da me accortamente reclutati dopo uno scouting di parecchi mesi) cominciarono il tiro incrociato delle mitragliatrici a terra sui bovini in rotta: i cornuti tentavano la sortita salvifica con un ultimo vano tentativo; patetico: le spazzate dei 12 mm non davano scampo, falciandoli implacabili, a decine, come fili d’erba. Il frastuono era indescrivibile: il regolare frinire delle Browning, come un tenue e dolcissimo bordone sonoro di vera giustizia critica, si miscelava ai lamenti dei feriti, alle grida di aiuto; il pavimento era allagato dal sangue, da poltiglie cerebrali; arti mozzati si rivenivano ovunque; qualche superstite indietreggiò dalle false vie di fuga rinculando nella sala: fu allora che aprimmo un fuoco devastante coi fucili d’assalto, ultimo tassello di una decimazione totale.

La strage era giunta alla fine.

Passammo fra le centinaia di cadaveri cercando qualche eventuale sopravvissuto; ogni tanto un colpo secco d’automatica: un altro genio della parola italiana era passato a miglior vita. Ordinai che fra il mucchio si trovasse chi aveva vergato queste parole: “Sei tu una stella cometa nel firmamento … nell'azzurro dei cieli più azzurri ... forse perché dietro a te lasci una scia di polvere d'oro dove gli altri possono camminare”. Fui obbedito. Lo trovarono, rantolante. Gli scaricai un intero caricatore in corpo. L’ultimo colpo coincise col mio risveglio.

“Ma guarda cosa ti vado a sognare … incredibile … e pensare che io la amo la letteratura italiana di oggi … ‘Sei come una stella cometa …' non male ... 'nell'azzurro dei cieli più azzurri ...', buttala via come iperbole ... 'lasci dietro di te una scia di polvere d'oro dove gli altri possono camminare’ … beh, a me sembra buono … un bel periodare … andante, direi ... ragazzi, che mal di testa ... va beh, ora mi tocca andare .. ma guarda che sogni … incredibile …  e poi io, così mansueto … non so proprio cosa mi succede da qualche tempo in qua … poi hanno ragione a dire che sono un po’ fascista, eh …”.

Mi lavai la faccia e mi vestii; preparai un caffè e lo sorbii ancora bollente. Da ultimo, con somma cura, strappai la recensione concitiana, buttai La figlia oscura nella monnezza e infilai la Beretta d’ordinanza nella cintura. Poi, ancora sbadigliando, uscii.

2 commenti:

  1. «Il duello raffina i costumi come la censura lo stile», è un epigramma di Ernst Jünger che bene si accompagna alla sua strage onirica, quasi una fantasia di Mishima.

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    1. Sono d'accordo col vecchio Ernst.
      E anche con Mishima.

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